C'è chi la chiama semplicemente la via di Francesco...

Era un anonimo venerdì di Maggio.
Stavo lavorado da casa quando mi suonò il telefono. Era il mio capo.
<<Ciao Luca, ascolta, mi ha chiamato l'hr, hai ancora troppe ferie arretrate. Devi fare almeno una settimana a Giugno, e poi almeno 30 giorni entro fine anno.>>
"Fanculo, lo so! Avevo già programmato come sfruttare quella settimana di Giugno in modo preciso. Se non fosse stata per la seconda ondata di pandemia, avrei visto l'oceano per la prima volta nella mia vita, avrei fatto un cammino da 170km lungo le scogliere dell'Atlantico, su uno dei percorsi più panoramici d'Europa. E invece sono ancora bloccato qua, a rimandare progetti, viaggi, sogni a date imprecisate!" pensai irritato, ma risposi semplicemente:
<<Ok, metto giù un piano, mi studio qualcosa e te lo giro...>>
Il secondo pensiero che seguì fu: "Non solo sono saltati i progetti che avevo, ma devo anche buttare una settimana di ferie a caso..."

Non avevo molto tempo, smisi di fare quello che stavo facendo e aprii Google maps.
Dove andare a trascorrere una settimana a Giugno?
Dopo la Val di Mello feci altri hiking sulle prealpi lombarde e quello che mi rimase di più scolpito nella mente fu la salita a Monte San Primo, dove per la prima volta nella mia vita raggiunsi una vetta, camminando lungo la cresta di una montagna. Arrivai lì, sul punto più alto, con la sua maestosa croce a dominare il lago di Lecco. Lo avevo detto che la Val di Mello sarebbe stata solo l'inizio (se non lo hai fatto leggi "Come diavolo sono finito ad appassionarmi al trekking"), e adesso che avevo raggiunto la mia prima cima ero diventato famelico, ero un vampiro che sentiva l'odore del sangue. Volevo arrivare più in alto, dovevo raggiungere i 3.000 metri e li dovevo superare. 
Ma le nevicate straordinarie di questa primavera impedivano di fare trekking a certe altitudini senza le giuste attrezzature, in più erano ancora chiusi i rifugi e i bivacchi, quindi era troppo presto per puntare alle vette, dovevo programmare qualcos'altro. Le cime le avrei raggiunte, era solo questione di tempo, ma le avrei raggiunte.

Ad un tratto pensai: "è vero, non ho mai visto l'Oceano, ma non ho nemmeno mai fatto un cammino. Ho una settimana, potrei cercare qualcosa di carino in Italia, con panorami mozzafiato, aria fresca, buon cibo e buon vino o magari qualcosa sul mare."

Google, ricerca: cammini in Italia di 4/5 giorni.
Uscirono vari blog e vari siti. Ma ancora non ero soddisfatto e così cercai dei trekking sulla costa. L'Italia ha 8.300km di coste, possibile che ci siano giusto 2/3 trekking sul mare??
In Spagna creano cammini in mezzo al niente cosmico e noi non siamo in grado di creare un cammino capace di attrarre turisti da tutto il mondo (nella nazione più bella d'Europa).

Ho deciso allora di lasciare la costa e cercare qualcosa all'interno.
La scelta più ovvia sarebbe stata la "Via degli dei", da Bologna a Firenze. Ma questo sarebbe stato il mio primissimo cammino e volevo dargli un significato più profondo...
Immerso nelle mille pagine web un nome ha attratto la mia attenzione, come una parola evidenziata di giallo in un libro di scuola: la via di San Francesco.

Nella mia mente si è generata un'immagine: un uomo sulla cinquantina, tunica marrone scura, cappuccio, corda per legarla lungo i fianchi, bastone di legno, sandali logori.
è lui il viandante per antonomasia, il patrono d'Italia, il santo più legato alla natura di tutti i tempi, l'essenza dello spirito ecologista per eccellenza.
Continuavo a sfogliare le pagine web, ma avevo quel tarlo nella testa che girava fisso. Ancora non lo sapevo, ma avevo già deciso...

è il 2 Giugno del 2021.
Un'anziana signora ci incrocia lungo il marciapiede che costeggia un parco di ulivi. Sorride attraverso la mascherina, si ferma appoggiandosi al suo bastone e ci saluta: <<Ciao ragazzi! Che bello vedere dei giovani come voi fare questo percorso, io ormai sono vecchia, ma tutti i giorni faccio tre giri del parco per tenermi in forma. Dove andate di bello? Fate buon viaggio e buona fortuna.>>
Ricambiamo il saluto e con esso due parole per spiegarle le nostre tappe. Sono un po' arrugginito, non sono a mio agio a chiacchierare con la gente incontrata per strada. Laura è più avvezza di me, e ci pensa lei a intrattenere per qualche attimo la nonnina che con tanto affetto si è rivolta a noi senza conoscerci.
Proseguiamo.
Un bambino, sul seggiolino della bicicletta guidata dal nonno ci sorpassa, si volta con il sorriso che solo un bimbo sui 4 anni può esprimere e ci saluta con un lungo <<Ciaooo>>, come se ci conoscesse, come se sapesse chi fossimo, senza timore e riverenze, con quella disinvoltura tipica dei bambini. Quel sorriso inizia a sciogliere la coltre di ghiaccio che mi caratterizza. Ricambio il sorriso e lo saluto. "Ciao bambino, non far disperare il nonno..." penso mentre loro sono già lontani.
Lungo il ciglio della strada un motociclista ci supera, suona il clacson, ci guarda dallo specchietto, alza la mano e fa il segno della vittoria, ci saluta. Sorrido, non con le labbra ma con il cuore. Quel clacson, quella mano, sono un piccolo gesto, ma per me significano tanto. Il motociclista prosegue per la sua strada, che per un istante, ha incrociato la nostra. 
La nostra via però è diversa da quella di tutti loro, ma viene resa speciale anche da loro, dai loro saluti, dal loro affetto.
La nostra è la via di Francesco, e l'abbiamo appena imboccata con i nostri pesanti zaini sulle spalle, carichi di aspettative, di chilometri da macinare, di salite e discese, resi un po' più leggeri da quei sorrisi, da quei saluti.
Così è iniziato il nostro cammino nel mezzo dell'Umbria.

Vibra il telefono, un messaggio da un'associazione di accoglienza per i pellegrini recita: "Le vostre credenziali sono all'interno della chiesetta, buon cammino ragazzi!"
Entriamo nella chiesetta e le troviamo lì, dentro al confessionale. 
Prendiamo il primo timbro, lo appoggiamo nello spazio dedicato al punto di partenza, spingo con forza e con fare solenne, avvolti dal silenzio della piccola chiesa vuota. Sollevo e vedo l'inchiostro impresso sulla carta. è ufficialmente iniziato il nostro viaggio!

Dopo una strada talmente dritta da chiamarsi esattamente così, strada dritta, iniziano le salite, le prime che incontreremo lungo in nostro percorso. 
Affatticati, con il sudore che ci scende dalla fronte, ci appoggiamo sulle bacchette di alluminio comprate alla Decathlon, ci voltiamo circondati da sinuose colline verdi, di un verde brillante e lucente come quello degli evidenziatori.
In lontananza vediamo ben nitida la città di pietra dalla quale siamo partiti.
La salutiamo con lo stesso affetto ricevuto dai suoi abitanti, ci voltiamo e proseguiamo.
Ci mancano ancora molti chilometri, anche se non sappiamo con esattezza quanti.
Il telefono vibra un'altra volta, è la proprietaria dell'agriturismo dove termineremo la nostra prima tappa. "Ciao, vi ho preparato l'appartamento al piano terra, le chiavi sono attaccate alla porta con il vostro nome. Si è liberata la camera da 4 e ho preferito darvi quella al posto del monolocale che avevate prenotato. Sentitevi a casa. Se avete bisogno chiamatemi pure."
L'agriturismo sembra non arrivare più, lo vediamo avvicinarsi lentamente su Google Maps, senza raggiungerlo mai, quasi come fossimo i personaggi dei paradossi di Zenone.

In lontananza tra gli alberi scorgiamo lo scintillio dell'acqua azzurra della piscina risplendere tra il verde dei vitigni. Un'anziana signora ci sorride pochi metri prima di raggiungere la nostra meta.
<<Buona fortuna per il vostro viaggio. Se non fossi così vecchia verrei con voi! Fate buon cammino!>> Le sorrido, non so di cosa parlare, mi sento sempre lievemente in imbarazzo, ma vorrei stare lì con lei qualche altro minuto, per assorbire tutta la bontà che sprigiona il suo volto segnato dal passare del tempo.

Varcata la porta dell'appartamento sganciamo gli zaini, siamo arrivati in un posto incantevole, di quelli che si vedono nei film. Tutto trasuda relax, il tempo rallenta e diventa relativo, i colori tersi, lucidi, vivi, come quelli di un dipinto a olio ancora fresco.
A bordo piscina ci sono ombrellone e lettini con il nostro nome ad attenderci. Finalmente possiamo toglierci di dosso anche il peso della fatica e sdraiarci, dopo 4 ore e mezza di autostrada e qualcuna in più di cammino.
Domani la tappa sarà lunga il doppio, ma per ora non ci pensiamo, per ora ci riposiamo facendo più stretching possibile.

Musica di sottofondo, sole alto, profumo di serenità, decidiamo di cercare una pizzeria che faccia consegna a domicilio, già stufi dei nostri panini al prosciutto.
Scriviamo alla proprietaria per chiederle se ne conosce qualcuna, arriva la risposta: "Che pizze volete? Ve le vado a prendere io e ve le porto per le 19:30. 
Domani mattina verso le 7 inizierò a pulire la piscina, se volete posso darvi un passaggio in auto fino all'inizio del sentiero, se per voi non è troppo tardi..."
Guardo il cielo azzurro come i ghiaccioli all'anice e mi chiedo: "è forse questo il famoso spirito dei cammini di cui tutti parlano? Questo misto di gentilezza  disinteressata, calore umano, nessun velo di sospetto negli occhi degli estranei che ti incrociano, saluti sinceri e accoglienza fraterna? Adesso, a bordo di questa piscina capisco che la risposta a questa domanda è semplice. Proprio come il saluto di un bambino: sì, sono nel posto giusto."

Arriva la signora con le due pizze e una bottiglia di Coca da 1,5 litri. Il conto è di 8,50€. 
Rimango perplesso per buona parte della cena, ancora invischiato nella coltre milanese a causa della quale non concepisco un costo così basso. Può davvero costare così poco la vita? Sì, può. Ma noi non ce lo ricordiamo più.
Non sto mangiando semplicemente una pizza margherita, sto mangiando l'ennesimo regalo ricevuto oggi. Bevo la Coca Cola fino a scoppiare, non voglio che ne avanzi nemmeno un sorso, per mostrare quanto tutto questo sia stato apprezzato. 
Non è solo una pizza, non è solo Coca Cola. è molto di più.
La gustiamo come fosse un piatto gourmet, sul tavolo del giardino, guardando il sole tramontare oltre le colline e ascoltando le rondini andare a riposare. Siamo fisicamente stanchi, ma stiamo emotivamente bene. è proprio una bella sensazione.
Passo la notte senza chiudere occhio. Non dormo nemmeno un secondo, proprio come mi era capitato in Val di Mello. Trascorro il tempo guardando le stelle e scrivendo queste righe, ascoltando musica e cercando di capire questo mondo, così diverso da quello in cui io ho sempre vissuto.

La gentilezza della proprietaria del B&B si palesa anche la mattina seguente, quando puntuale si fa trovare fuori dall'appartamento per accompagnarci all'imbocco del sentiero, evitandoci una lunga salita su una strada pericolosa.
La tappa di oggi sarà lunga, la più lunga che io abbia mai percorso, ma non la più lunga del cammino, e anche i dislivelli non saranno quelli di una passeggiata in campagna.
In un paio di ore arriviamo all'eremo dove avevamo pianificato di fermarci a fare una pausa. Un cartello attaccato al cancello spiega che i gestori sono andati a fare la spesa ma che l'ingresso è aperto e che i pellegrini possono entrare e riposarsi sotto gli ulivi del giardino. Sul citofono la targhetta recita "Eremita". Non avrei mai il coraggio di citofonare ad un eremita... chi avrebbe il coraggio di disturbare uno che ha scelto di vivere da eremita?! Di certo non io. 
Entriamo e incontriamo una signora seduta ad un tavolo a bere il caffè, ci fa segno di avvicinarci. Con forte accento sardo ci chiede se può offrircene uno. Mentre togliamo gli zaini sparisce in cucina e torna dopo poco con un'altra volontaria. Siamo in 4 ma preparano una caffettiera da 12. 
Ci spiegano che sono consorelle di un qualche ordine che ovviamente non conosco, solitamente fanno le volontarie lungo il cammino di Santiago, che hanno percorso 6 volte nella loro vita. Questa è la prima volta che si trovano sulla via di Francesco e che gestiranno l'accoglienza di questo eremo fino a Luglio. Ci chiedono di lasciare un piccolo messaggio sul diario della reception e ci timbrano le credenziali, prima di andar via in auto per fare la spesa per gli ospiti che arriveranno il giorno dopo. 
Mi sarebbe piaciuto dormire qui, cenare con altri pellegrini, sentire le loro storie e fingermi per qualche ora uno di loro. Per il momento è come se mi sentissi un imbucato a una festa di qualcuno che non conosco. Non so bene cosa devo fare o dire, cerco solo di mimetizzarmi per non far notare la mia totale inesperienza.

Riprendiamo il percorso, è tracciato benissimo, segni gialli e azzurri si susseguono, le gambe vanno alla grande, ma sarà così ancora per poco, vedo sul gps l'avvicinarsi della salita peggiore della giornata.
Il sentiero è immerso nella natura, con ampi spiazi che offrono una vista disarmante sulla vallata, gli alberi ci fanno ombra e la cosa ci aiuta enormemente. L'Umbria è una regione incantata. Una via di mezzo tra la maremma e la Basilicata, i colori sono così intensi e le colline così morbide da sembrare uno sfondo creato al pc. 
A metà di una breve salita vedo un uomo che cammina in senso opposto al nostro. Mi fermo per farlo passare, mi chiede quanto manca a Gubbio, gli rispondo sorridendo che ci vorranno almeno altre 4 ore e gli consiglio di fare una sosta all'eremo dove ci siamo fermati noi. In modo glaciale mi risponde che "loro" hanno già sostato al castello, e prosegue. Dopo qualche metro incrociamo anche la ragazza che sta camminando con lui, visibilmente stanca, vestita con abbigliamento casual non adatto a questo genere di attività. Tira dritto semplicemente con un <<Buongiorno>> e svaniscono tra la vegetazione.
Mi soffermo a pensare a quanto siano stati freddi e distaccati nei nostri confronti, fino a quando vengo distratto dall'inizio della salita verso il castello di Biscina.

Degli anziani signori seduti all'ombra sui loro dondoli ci indicano una fontanella nella quale bere. L'acqua è freschissima, ha il sapore della purezza e il colore del cristallo.
Arriviamo finalmente al castello, un posto stupendo lasciato al degrado. 
Penso subito che potrebbe venir usato per generare profitto, trasformandolo in un agriturismo, un ristorante di lusso, un locale da aperitivi e cinema all'aperto. Chissà perchè non c'è nessuno interessato a farlo fruttare. Poi mi rispondo che probabilmente in Italia i costi della sicurezza e della burocrazia sono troppo alti e che, a volte, conviene di più lasciar decadere le cose piuttosto che sistemarle. 
Ci fermiamo qui a mangiare i nostri toast al prosciutto, dopo aver faticato e sudato moltissimo per arrivarci, in "compagnia" di un contadino intento ad imprecare come se non ci fosse un domani, lavorando sul motore del suo trattore, all'interno della sua azienda agricola. Slacciamo le scarpe, cerchiamo di dare sollievo alle gambe ma serve a ben poco, sono già dure come il tufo di queste terre.
Mentre mangiamo vediamo un altro pellegrino avvicinarsi a passo spedito. è vestito da escursionista esperto, capelli biondi rasati, tatuaggi che si intravedono sul petto, magrissimo, sorriso schivo.
<<Ciao, anche tu vai a Valfabbrica?>> gli chiedo convinto della risposta, e invece ricevo un: <<Ciao, a dire il vero non lo so... Non ho idea di dove arriverò stasera.>>
<<In che senso?>>
<<Non mi sono prefissato delle tappe. Quando sono stanco mi fermo. - Guarda il cielo e continua - Tanto il tempo dovrebbe reggere anche sta notte, trovo due alberi, lego l'amaca e dormo lì.>>
Sgrano gli occhi. <<Davvero stai facendo tutto il cammino dormendo all'addiaccio?? e dove sei diretto? a Perugia o ad Assisi?>> 
<<Non lo so, vediamo dove arrivo. Non ho una meta, so solo che camminerò fino al 9 (oggi è il 3), poi tornerò a casa, a prescindere da dove sarò arrivato. La meta non è importante. Fate buon cammino, ciao ragazzi.>>
E così continua la sua camminata, con un passo tanto rapido da permettergli di sparire dai nostri occhi in pochi istanti. Ovviamente non lo abbiamo più incrociato, chissà dove avrà concluso il suo viaggio. Con il suo passo potrebbe tranquillamente esser arrivato a Roma!

Castello di Biscina

Finito il pranzo e il riposo è il momento di ripartire.
La discesa è violenta quanto la salita.
La guida dice che dal castello in poi non ci saranno più fonti d'acqua, fortunatamente non è così. Usciti dal bosco iniziamo una serie interminabile di saliscendi in mezzo ai campi, che prima temprano i nostri quadricipiti nella lava dell'Etna, e poi sfarinano la caviglie e le ginocchia, come in un focoso passo a due che non dà tregua a nessuna parte del corpo. Ci brucia tutto, gambe, piedi, spalle, petto, schiena.
E mentre cerchiamo affannosamente di reggere lo sforzo fisico, concentrandoci solo su ciò che c'è sotto di noi, ci dimentichiamo di chi c'è sopra.
Un sole così caldo e velenoso da scottarci in poche ore. In modo silenzioso e infido, facendosi accorgere di lui solo quando ormai è troppo tardi, come un serpente a sonagli avvolto su se stesso, già pronto a saltare.

A 8km dalla fine della tappa sono allo stremo, mancano ancora 3 ore di cammino e una salita senza pause per l'ultimo chilometro. Continuo a guardare i cartelli che si susseguono, sperando di vedere che i chilometri stampati su di essi si dimezzino, ma non succede mai.
Troviamo una fontanella non segnalata sulla guida, mi lavo la faccia, ricoperta di sudore, riempiamo tutte le borracce e bagniamo i cappelli per prolungare la sensazione di freschezza il più possibile. Accanto alla fontanella c'è una chiesetta con fuori la corda per suonare le campane. Laura si avvicina, la tira un po' titubante, il suono che ne deriva è pieno e vibrante, si volta con gli occhi carichi di nuova forza, e un sorriso di chi ha vinto il peluche più grande del luna park. è un suono così dolce, carico e deciso. Rimbomba nella vallata e nella mia anima per alcuni istanti, prima di sparire.
Vediamo in lontananza la nostra meta. Da alcuni chilometri stiamo camminando sull'asfalto incandescente in una lunghissima e tortuosa lingua grigia, senza alberi a proteggerci. Ci convinciamo che non manca molto.
Forse è la vista della meta, forse la consapevolezza dell'imminente arrivo, forse la vibrazione di quelle campane, ma ritroviamo improvvisamente nuova energia, il passo è costante e fluido fino alla fine. Camminiamo per inerzia, non per volontà. Le gambe vanno, mentre la mente ha scollegato la spina già da molto.


 
Arrivvati a destinazione siamo troppo troppo stanchi per girare per il paese e andiamo subito al b&b. La proprietaria ci vede da lontano e lancia un acutissimo: <<Ciaoooo. Mi stavo preoccupando!>> Ci avviciniamo reggendoci sulle nostre fedeli bacchette e ricambiamo il saluto, anche se non esattamente con la stessa enfasi.
<<Allora, benvenuti. Voi avete prenotato la camera con bagno privato esterno. Però se volete quella con il bagno interno è libera, quindi ho pensato di darvi quella, va bene?>> ci fa un sorrisone e, senza aspettare nemmeno la nostra risposta, ci porta davanti alla stanza.
Appena richiudiamo la porta della camera sentiamo arrivare gli altri ospiti, e la voce della proprietaria che cerca di spiegar loro che c'è stato un equivoco su booking e che gli è stato assegnato l'alloggio con bagno esterno. Spio dalla finestra e vedo che sono dei signori ben vestiti, per nulla stanchi, la cosa mi solleva e cancella ogni senso di colpa. Tenetevi la camera con bagno esterno, non lo sapete, ma state facendo del bene a due stanchi ragazzi doloranti.
Decidiamo di mangiare al ristorantino gestito dal b&b, anche stasera non abbiamo voglia di toast impacchettati nel cellophane. A quanto pare è l'unico ristorante del paese.
Qualche minuto dopo che ci siamo seduti entrano un alto ragazzo dai lunghi capelli biondo cenere, maglietta di Captain America e sandali da montagna, e una ragazza magra con la felpa rosa e le infradito ai piedi, si siedono al tavolo accanto al nostro. Non riesco a fare a meno di fissarli, convinto che siano anche loro dei camminatori, infine mi decido, pur sentendomi un po' invadente: <<Ciao, state facendo il cammino?>>
Si voltano entrambi con l'aria di chi sperava di sentire quella domanda: <<Si, siamo partiti da Firenze e domani arriveremo ad Assisi. Abbiamo fatto più di 360km. Abbiamo finito!>>
Negli occhi hanno una serenità difficile da non notare.
Sono bastate queste poche parole per innescare una cena accompagnata da moltissime chiacchiere, su dove viviamo, su che percorso facciamo, su che punti abbiamo reputato più difficili, mai però alcun riferimento a cosa facciamo nella vita, lavoro, o stato sociale. Oggi siamo camminatori, nient'altro, e la cosa mi piace. 
Lui vive a Piacenza, ma ha vissuto a Milano per sette anni, lei è di Bergamo, e sperano di riuscire ad andare a convivere, prima o poi. Non so di preciso quanti anni abbiano, ma credo si aggirino sulla quarantina.
Parliamo del ragazzo che dormirà in amaca. che hanno incontrato anche loro mentre stavano facendo una pausa all'eremo, gli racconto dei due ragazzi che viaggiavano in senso opposto, ma che loro non hanno visto, e mi chiedono se abbiamo incontrato un ragazzo che loro soprannominano "Raul Bova". Ci scambiamo informazioni, sensazioni, opinioni, come se ci conoscessimo da una vita. Come se organizzassimo cammini tutte le settimane. 
La cena si conclude con un <<Allora, buon cammino ragazzi!>> che vuol dire quello, ma vuol dire anche moltro altro. è un augurio, una speranza, un incitamento, un saluto.
La mattina seguente le nostre strade si sarebbero divise, forse per sempre. Loro diretti ad Assisi, noi per una variante molto più lunga a Perugia.
Quell'incontro, quella cena, quei ragazzi, avrei voluto parlare con loro ancora così tanto, pur conoscendoli da così poco. 

Alla ripartenza siamo carichissimi! Sappiamo che partiremo con una brusca salita, poi ci sarà una lunga discesa e pianura fino a Perugia, dove ci attende il dislivello più impegnativo (non per lunghezza ma per pendenza).
La tappa sarà lunghissima e quasi tutta su asfalto, ma piana e siamo felici, non abbiamo vesciche, i dolori muscolari passeranno dopo i primi passi, la giornata sarà soleggiata, e io, anche questa notte, non ho chiuso occhio, ma sto bene.
è con questo spirito che ci siamo messi in cammino e tutto va come programmato: salita durissima, che Laura affronta come uno stambecco di montagna, mentre io arranco come un vecchio van con motore aspirato. Incrociamo degli alpaca, degli asini e qualche toro. In cima abbiamo la vista su tutta la vallata, aria fresca, e poi discesa costante. Lungo la strada troviamo anche un albero pieno di ciliegie mature, ci riempiamo le tasche di tutti i frutti che riusciamo a tenere e le mangiamo come fossero patatine. Si sà, una ciliegia tira l'altra...
Sembra proprio la giornata ideale anche quando Laura, piena di felicità indica un punto nel bosco e grida: <<Guarda, guarda! c'è un cerbiatto!>> mi volto ma è già scappato via.
In quell'istante, quando tutto sembrava andare alla perfezione, qualcosa cambia. Intorno a noi fatichiamo a ritrovare i segnali del cammino, sono più distanti tra di loro, il dubbio a ogni incrocio si fa sempre più  persistente. Finiamo la discesa, arriviamo nella piazza di un paesino dalla quale passano quattro sentieri diversi, e non sappiamo quale sia il nostro. Cerchiamo su tutti i pali un segno giallo/azzurro, ma non lo troviamo.
Perdiamo un quarto d'ora, tentiamo con il primo sentiero ma ci accorgiamo che riporta in direzione opposta. Con il secondo siamo più fortunati e dopo qualche decina di metri vediamo i "nostri" colori nascosti fra delle foglie di edera.
Da qui in poi il nostro non sarà più un cammino ma una caccia al tesoro, dove il premio sarà la sensazione di essere sulla strada giusta.
Siamo in un escape room all'aperto, in un labirinto con infinite vie d'uscita ma solo una via di accesso a Perugia. Perchè se è vero che tutte le strade portano a Roma, non è così per la nostra meta.
Tentiamo, incerti se allungare il passo per recuperare il tempo perso o se rallentare nel caso dovessimo tornare indietro.
Anche questa volta ci preoccupiamo solo di ciò che ci sta davanti, e quando ci accorgiamo di essere in una conca, circondati solo da basse spighe di grano, il sole è ormai troppo caldo e davanti a noi gli alberi sono sempre più rari.
Sentiamo la pelle tirare ogni minuto un po' di più, scottare e arrossirsi in modo poco graduale. Possiamo solo proseguire e tirare il fiato ogni tanto sotto qualche vecchio e saggio cipresso. La mia testa è in un flipper, da una parte oppressa dal caldo e dalla fatica, dall'altra rassenerata e rinfrescata dalla bellezza che mi circonda. Sembra di essere in un quadro di Monet. Non so se sono più stanco o più affascinato.

All'ennesimo bivio con i cartelli completamente sbiaditi dal sole, incontriamo un signore a cui chiedere indicazioni. Non conosce il nostro sentiero ma ci indica la direzione per la prossima tappa segnata sulla guida. Ci avvisa, la salita non sarà semplice.
In realtà per noi non è nemmeno così dura. Arriviamo in cima al borgo medievale e decidiamo di pranzare seduti su delle panchine di pietra all'ombra.
Pochi istanti dopo, proprio difronte a noi si ferma un camioncino che vende frutta fresca. Sembra un miraggio! Lo raggiungo senza nemmeno rimettermi le scarpe. L'agricoltore mi chiede se la frutta la voglio matura. Gli indico sorridendo la panchina a 12 metri: <<Vedi quella panchina? Ecco, considera che non arriverà nemmeno fino a lì, la finisco prima!>> Sceglie con cura i frutti, li pesa e mi chiede 3€ per tutto quanto.
Compriamo 1kg di pesche tanto dolci da sembrare il frutto più buono della mia vita, 4 banane per il potassio tanto agognato dai nostri muscoli, alcune albicocche così arancioni da sembrare mandarini in miniatura.
Appena le mie papille sentono il succo carico di sali minerali, tutto il mio corpo si risveglia, il sudore placa la sua discesa dalla fronte, i muscoli si rilassano. Solo in Sicilia avevo desiderato così ardentemente della frutta. Quel camioncino mi ha fatto ripensare a Match Point e a Sliding Doors, la vita è davvero questione di attimi, dieci minuti prima o dopo e non avremmo mai incrociato questi frutti e le loro vitamine, non ci saremmo dissetati così e non avremmo riacquistato tutti i liquidi persi. Ma la strada è ancora lunga.

I segnali ancora una volta non sono chiari e per non sbagliare strada chiediamo informazioni a un ragazzo seduto in piazza. è gentilissimo, ma le sue indicazioni ci portano su una superstrada troppo pericolosa e soleggiata per poter essere percorsa a piedi con gli zaini. Un altro chilometro da aggiungere sulle nostre già provate gambe, non ci resta che tornare indietro.
Per circa altri 3km ritroviamo finalmente il sentiero e così torniamo a preoccuparci dei 36° segnalati dai termometri delle farmacie ancora chiuse. La tranquillità dura poco, e ci imbattiamo in altri cartelli caduti al suolo o completamente scoloriti.
Adesso, davanti a quell'ennesimo bivio senza indicazione certa, perdiamo la pazienza. Sono circa 6 ore che camminiamo e forse ne mancano altrettante. Prendo il telefono e imposto la nostra destinazione su Google Maps, consapevoli che così ci toccherà camminare solo su asfalto, solo affiancati da auto, solo sotto il sole cocente e probabilmente per una strada anche più lunga, ma almeno avremo una direzione certa da seguire.

Il percorso è estenuante, tutto su strada, e il sole è sempre più crudele nei nostri confronti, quasi volesse vendicarsi di noi per qualche vecchio risentimento. è secco, caldo, non sprigiona innocenti raggi ma invisibili aghi che pungono costantemente i lembi di pelle non protetti dal tessuto delle magliette o dei pantaloni. 
Le gambe però vanno bene, le pesche hanno fatto la differenza e riesco a mantenere un buon passo. Ci avviciniamo ad un sottopasso, camminando sul ciglio della strada, il marciapiede è scomparso da molto, quando sento la voce rantolante di Laura alle mie spalle che mi dice: <<Luca, io non ce la faccio più...>> qualche attimo di pausa, poi prosegue << Mi viene da piangere, non ce la faccio a continuare...>>
Non mi volto nemmeno, a venti metri da noi c'è un pino a bordo strada: <<Guarda quell'albero, arriviamo lì e ci riposiamo. Ancora pochi passi. >>
Raggiungiamo l'albero e ci sdraiamo sotto la sua ombra, per noi vitale.
Sfrutto l'occasione per mangiare un'altra albicocca, mentre faccio stendere Laura con le gambe alzate, perpendicolari alla terra, per far defluire il sangue. Quanto ho amato quell'albero e la sua ombra!
Rimaniamo lì una mezz'oretta buona, mentre camion e auto ci sfrecciano a pochi metri. Quando ripartiamo stiamo decisamente meglio, il passo è più convinto e la pelle un po' più riposata, come i nostri piedi, ma la strada è ancora lunga.
Il navigatore mi indica che dobbiamo salire su un cavalcavia per attraversare l'autostrada che ci separa da Perugia. Il marciapiede su di esso è così stretto che a stento ci passa una persona, e alla fine è bloccato dal guardrail in lamiera rovente, che dobbiamo scavalcare per poter proseguire.
Raggiungiamo un piccolo quartiere residenziale, poi un altro, poi una cittadina e finalmente troviamo una panchina e una fontanella dove rinfrescarci e riempire le borracce ormai quasi vuote. Ci riposiamo ancora un pochino, fino a quando un'anziana signora ci chiede se si può sedere sulla panchina e una sigaretta che non abbiamo. Prendiamo i nostri zaini e ripartiamo. Non vediamo ancora la meta ma sappiamo che è lì, da qualche parte, sopra di noi.
Voltiamo per un vicolo e su un cartello rivediamo finalmente i "nostri" colori, proprio difronte a noi abbiamo ritrovato il percorso. Lo seguiamo fino in un parco dove lo perdiamo nuovamente, poi lo ritroviamo, ci inoltriamo in un boschetto, ma siamo davvero sfiniti, entrambi abbiamo perso le energie e la speranza. Si avvicina un pick up a passo d'uomo, rallenta, ci guarda, sia Laura che io vorremmo gridargli di fermarsi, di darci un passaggio, ma nessuno dei due apre bocca, un po' per paura, un po' per vergogna, un po' per entrambe. Proseguiamo e vediamo davanti a noi la famigerata salita che porta a  Perugia, guardo Laura e ironizzo: <<Per lo meno è tutta all'ombra, così ci dobbiamo preoccupare solo delle gambe.>>
Ne percorriamo forse 100/150 metri ma non ce la faccio più, ho la nausea, inizia a girarmi la testa, a stento mi reggo dritto. Mi fermo, sgancio tutto e mi siedo per terra, in mezzo allo stretto sentiero. Non guardo nemmeno Laura, fisso il vuoto e ansimante dico: <<Mi devo fermare, mi viene da vomitare.>> Frugo nello zaino e mi mangio l'ultima pesca e mezza barretta energizzante, bevo tutta l'acqua di una delle due borracce, e respiro, lentamente ma con costanza. Per la seconda volta nell'arco di due giorni mi chiedo: "Ma perchè mi è venuta in mente questa cosa? non potevo farmela tutta in macchina?" Quando lo penso lo faccio seriamente, senza ironia. Cosa mi è venuto in mente?
La vista torna ad essere meno offuscata, il respiro meno affannato, il battito cardiaco si placa. Posso ripartire.
Facciamo altri 200 metri di salita e poi torniamo ad essere in piano.
Ancora una volta c'è un segnale su una roccia, proprio in mezzo a due sentieri diversi. Esausto decido di far di testa mia e di non cercare nemmeno di capire quale possa essere la direzione corretta. Superiamo un paio di curve e sentiamo un uomo che sta tagliando degli alberi con la motosega. Lo cerchiamo con lo sguardo per chiedergli dove siamo o un passaggio, ma non lo vediamo, sentiamo solo il rumore, è lì vicino, ma non sappiamo dove. Proseguiamo ancora, quando Laura si volta come se avesse trovato il suo regalo preferito sotto l'albero di Natale e mi dice: <<Sento delle macchine!! Siiiii, sento delle macchine passare, siamo vicini ad una strada.>>
Sorrido e le faccio cenno di proseguire. Chi lo avrebbe mai detto che il rumore di un vecchio ed inquinante motore diesel potesse farci sentire così bene, quasi come un dolce abbraccio di un amico dopo mesi di distanziamento forzato. Vediamo delle case, del cemento, vediamo le auto, finalmente siamo su un marciapiede ombreggiato. Laura è allo stremo, forse più di me, mi dice che vuole prendere un pullman, non vuole più camminare, nemmeno il giorno dopo, basta, è arrivato il momento di mollare. 
Dico di sì a tutte le sue richieste. Non è il caso di fare gli orgogliosi, prendiamo un pullman per arrivare in centro, prendiamo un pullman per arrivare ad Assisi, prenderei un pullman anche solo per arrivare dalla reception del b&b alla nostra stanza. Potrei dormirci in un pullman.
Dieci metri più in là c'è una fermata, dopo pochi minuti arriva un autobus, chiediamo se porta in centro e ci rispondono di sì. L'autista ci indica dove scendere, un altro passeggero come salire nel centro storico con l'ascensore e le scalemobili, capendo che non è il caso di farci camminare oltre. 
Il pullman si ferma dopo 500 metri, su di esso sembrano così pochi, passano veloci e senza fermate, ma per noi erano troppi.
Siamo a Perugia! Siamo qui, finalmente.   
Saliamo le scale mobili, arriviamo in centro, seguiamo il navigatore fino al b&b, passiamo accanto alla cattedrale e mi fermo: <<Dai Laura, siamo già qui, entriamo a vedere se c'è il timbro...>>
Mi fulmina con lo sguardo, ma io ho già iniziato la scalata dei ben sei gradini dell'ingresso, aiutato dai miei fedeli bastoncini. Le colonne in marmo, i soffitti cupi, bui, il silenzio. Laura mi aspetta all'entrata, io faccio un giro veloce ma non trovo nessun timbro. 
<<Ok, possiamo andare.>> Non mi risponde nemmeno, e ha ragione.

Nella reception dell'alloggio lascio parlare lei, io mi slaccio lo zaino e mi siedo per terra, sull'uscio della porta d'ingresso. Sento la voce del ragazzo parlare, fare domande, io guardo il pavimento di un tenue color pastello opaco, ogni tanto sollevo lo sguardo ma non lo vedo, nascosto dal monitor del suo pc.
Sento solo: <<Vi mostro la camera...si è liberata quella con il bagno privato, e anche se ha 8 letti ho preferito darvi questa al posto di quella con bagno esterno. Scegliete voi in quale letto preferite dormire...>>
Mentre attraverso il corridoio penso che questa è la terza volta su tre che ci viene data una camera più bella o più grande di quella prenotata... mi piacciono queste strane coincidenze.
Mi fanno sentire amato dall'Universo. Sì, anch'io ti voglio bene.

Cerchiamo su Tripadvisor un posto dove mangiare, entrambi veniamo attirati da un locale da 4.6 stelle a esattamente 32 metri dal nostro hotel. Ero disposto a farne al massimo 100.
Prenotiamo per le 20, ma alle 19.40 siamo già da lui. 
Ci fanno accomodare in uno dei sei tavoli che hanno posizionato in mezzo al parcheggio, apparecchiati con tovaglie a quadri bianchi e rossi e con sedie di pesante legno.
Il proprietario è spigliato e si vede che ama quello che fa: due primi, due secondi e un contorno, poche cose fatte bene. Ci chiede cosa beviamo, Laura chiede un calice di vino rosso, io una birra piccola e una bottiglia di acqua naturale.
Torna con una bottiglia di vino, una Moretti da 66 e l'acqua. Gli facciamo presente che si è sbagliato, va bene la birra, ma il vino è un po' troppo, ci sorride e risponde: <<Non vi preoccupate, il bere è incluso, bevete quello che volete!>>
Povero te, non sai con chi hai a che fare... Finisco la birra a metà del primo al sugo di guanciale e pasta fatta a mano, Laura si scola mezza bottiglia di vino da sola e se avesse potuto si sarebbe portata via l'altra metà. Quel vino era talmente morbido e corposo che faticavo a credere fosse il vino della casa.
Le salsicce di maiali allevati a ghiande e cotte nella birra e finocchietto selvatico erano eccezionali! 
Sazi, soddisfatti e assopiti dalle bevande alcoliche torniamo in camera, mentre intorno a noi ragazzi di tutte le nazioni passeggiano per la città, sereni, allegri, profumati. Mi piace il mood di Perugia, è giovanile, frizzante, eclettico: un po' ghetto, un po' underground, un po' fighetto, un po' Hogwarts, un po' Berlino degli anni '70.
Passa la terza notte senza che io riesca a dormire, mi alzo e cerco di guardare le stelle attraverso la finestra, ma non ne vedo nemmeno una. Sono stanco morto ma non chiudo occhio nemmeno per un secondo da ben tre giorni.
I polpacci mi ricordano che è sempre una brutta idea quella di mettersi in piedi senza prima averli lungamente ammorbiditi e massaggiati. Sento i ragazzi ridere e parlare tra le vie strette della città, le saracinesche dei locali si abbassano, sono le 2.30 e del coprifuoco nessun segno. Da Lunedì l'Umbria sarà in zona bianca, ma qui sembrano esser partiti in anticipo.

La mattina dopo l'aria è  fresca, il cielo è coperto, le gambe ci fanno male ma non poi così tanto, la decisione comunque è presa: andremo ad Assisi in pullman.
E così iniziamo a girare la città, i suoi vicoli, torniamo nella cattedrale dove un uomo con un tesserino al collo ci passa accanto rapido. Gli chiediamo se qualcuno potrebbe metterci un timbro sulle credenziali. Si ferma di colpo, sorride, allunga la mano, le prende e con lo stesso passo torna da dove era venuto. Si ripresenta pochi secondi dopo, ci chiede come sta andando, ci racconta che anche lui ha fatto un pezzo di questo cammino l'anno prima, ci augura buona fortuna con un sorriso genuino e sincero e scappa via. 
Andiamo a fare colazione, poi visitiamo altre chiesette, in una delle quali incontriamo un signore che sta sistemando l'altare, chiediamo anche a lui un timbro e ci risponde che non ha tempo, almeno fino alle 13. Rimango sbigottito. Non ha il tempo di un timbro. Ok.
Lasciamo Perugia contenti di quelle due ore extra passate qui, prendiamo il pullman e partiamo per Assisi.
Mentre aspetto l'autobus e anche quando sono comodamente seduto sulle sue morbide poltrone vellutate, la mia mente mi sussurra all'orecchio che avrei potuto tranquillamente fare anche quell'ultima tratta. é un sibilo fastidioso, che torna ogni volta che intravedo dal finestrino un simbolo del cammino su qualche palo. La verità è che forse avrei potuto fare 10 chilometri, forse anche 15, esagerando 20, sì, forse quelli sì, ma gli ultimi 4 mi sarei ritrovato esattamente come il giorno precedente, in mezzo ad una salita senza possibilità di prendere un mezzo che ci portasse in cima. Mi volto, guardo Laura, che nel frattempo si è addormentata dall'altra parte del corridoio. Va bene così. Questa non è una gara, non vinco niente, ci siamo già sfibrati a sufficienza. Adesso posso dirlo, sono contento così, ho più tempo e più gamba per visitare Assisi, come un qualsiasi turista di passaggio. I 15 km li farò comunque tutti, ma per le vie della città e tra i suoi negozietti.

Facciamo timbrare le credenziali nella chiesa di Santa Chiara. 
Un turista mi chiede se posso fargli una fotografia. Guardo attraverso la macchina digitale da svariate centinaia di euro, sono due coppie sorridenti, ben vestiti, chissà qual è la loro storia. Click. Chissà da dove vengono. Click. <<Ecco a voi ragazzi, se non vanno bene ve le rifaccio.>> mi sorridono e dicono che sono perfette. Facciamo qualche altro metro e un ragazzo rasta, con dei tatuaggi etnici, ci ferma mentre spinge un passeggino: <<Scusate, ma c'è qualche evento particolare? Vediamo tantissimi pellegrini oggi.>> Guardo Laura sorridente: <<Non che io sappia, anzi, durante il cammino ne abbiamo incrociati pochissimi.>> Che strano effetto sentirsi definire "pellegrini". Ma è vero, lo siamo! E mi piace come definizione. Un'altra etichetta da aggiungere alle mille che mi hanno o mi sono affibbiato.
Chissà se Thor e Vedova Nera (è così che ho soprannominato la coppia conosciuta qualche sera fa al ristorante, non ricordandomi i loro nomi) sono ancora qui. Dai loro piani teoricamente oggi dovrebbero essere a Perugia a prendere il pullman per Firenze, ma chissà, vorrei così tanto incontrarli e bermi una birra con loro.  Ma so che non succederà, lo capisco nel momento stesso in cui inizio a sperarlo.
Sono quasi le 14 e decidiamo di andare a mangiare in un ristorante con la terrazza sulla piazza principale. Dopo questa sfacchinata farci coccolare un po' non ci dispiace. Mangiamo bene, proprio bene. I proprietari e i camerieri con noi sono gentilissimi. Bevo l'amaro Francescano, fatto e venduto esclusivamente ad Assisi. Sottovalutare questa cosa e sperare di poterlo acquistare a Gubbio è stato un errore, non sono più riuscito a trovarlo.
Ha un sapore dolce, alle erbe di montagna, una fusione tra un Braulio e un amaro del Capo, ma più buono di entrambi. Forse il miglior amaro alle erbe che io abbia mai bevuto.

è arrivato il momento di terminare il nostro cammino.
Ci dirigiamo verso la Basilica di S. Francesco, davanti alla quale stanno montando un palco per un concerto di beneficienza. Entriamo, la giriamo tutta. è bella ma qualcosa mi infastidisce. Ogni dieci metri c'è un banchetto con dei frati che fanno benedizioni in cambio di offerte. Mi sembra di esser tornato nel Medioevo, quando si compravano le indulgenze per riservarsi un posto in Paradiso. Per la seconda volta percepisco più cristiani gli uomini che credono nella Chiesa che coloro che ne fanno parte. Spero di sbagliarmi. 
Un anziano frate ci incrocia, lo salutiamo rispettosamente, si ferma e ci chiede qual è la meta del nostro pellegrinaggio. Rispondo che è qui, ad Assisi. Lui mi guarda come se non aspettasse altro che quella risposta e ribatte che la meta ultima di un pellegrino è il matrimonio. Ascolto rispettosamente tutto il suo sermone, senza mai obiettare, ma non condivido praticamente nulla di quello che ci racconta. Parla di Isacco, della Genesi, cita persino il Piccolo Principe. Elogia la mia capacità d'ascolto, ma non sa che dentro di me sto ribattendo tutte le sue argomentazioni. Una dopo l'altra. Ma questa è casa sua, io sono un ospite di passaggio, e in quanto tale decido di non proferire parola, mi limito ad ascoltare e a ricevere in cambio una benedizione per me e per i miei cari.
Usciamo e ci dirigiamo verso l'ufficio "Statio peregrinorum". C'è un gruppo di signori e signore sulla sessantina in fila davanti a noi, ci passano un modulo da compilare, ci fanno qualche domanda e quasi ci sbeffeggiano per la poca strada che abbiamo fatto. Loro sono partiti da La Verna e hanno completato tutte e 11 le tappe. Laura mi guarda incredula e mi sussurra stizzita: <<Sì, figuriamoci, chissà in quanto tempo lo hanno fatto per essere così freschi e pimpanti...>>
Dopo di noi arriva una coppia di donne sulla quarantina (che soprannominerò "le ricce" per i loro vaporosi capelli alla Telespalla Bob). Usano i sandali, hanno i piedi martoriari, molte unghie sono incerottate e hanno alcune fiacche. Sì, loro il cammino siamo sicuri che lo abbiano fatto. Sono molto schive, parlano appena. Le raggiunge un'altra ragazza che chiede dove si trova il bagno, mi guarda da sopra la mascherina con uno sguardo che raramente ho incrociato così persuasivo, così pieno, così carico. Mi sento Mowgli nel Libro della Giungla tra le spire del serpente Kaa.  
Lo sguardo è intenso, non lo distoglie mai ed è sorridente. Non lei, nascosta dalla mascherina chirurgica, ma gli occhi color ebano. Ha larghi pantaloni neri, una canottiera, o forse una maglia larga o una camicia, non lo so, vedo solo i suoi occhi. Mi volto ed entro nell'ufficio dove ci aspetta Fra Jorge (per me, Costantino della Gherardesca). Guarda i nostri documenti e basito, quasi incredulo vedo che stampa i "Testimonium". Guardo Laura come se avessi appena ricevuto in regalo una cheesecake ai frutti di bosco! Non me lo aspettavo, non abbiamo terminato i 100km minimi necessari per riceverlo. Dai calcoli ufficiali, tralasciando le strade sbagliate e i sentieri percorsi avanti e indietro, la credenziale attesta che abbiamo fatto 94km, anche se in realtà il GPS dice che ne abbiamo fatti 102! Vedo il mio nome uscire dalla stampante sulla pergamena e di colpo il mio corpo non è più stanco, solo soddisfatto. Mi sento fiero di me.
Usciamo e il frate ci chiede di fare una foto con lui, usanza che ha con tutti i pellegrini. Si inginocchia accanto a noi, e la cosa mi mette un po' soggezione: non so se guardare lui, il cellulare o la pergamena. 
Statio Peregrinorum

Mi piace quella tunica, ma la preferisco marrone scura. Ecco a cosa penso mentre camminando sento in lontananza una voce femminile chiamare: <<Pellegriniiii...>>
Mi volto e vedo la ragazza dagli occhi ipnotici che allunga il passo per raggiungerci.
<<Ciao pellegrini! Dove andate di bello?>>
<<Veramente stiamo andando a fare il check-in della camera, ci togliamo gli zaini e ci facciamo una doccia. Siamo un po' stanchini.>> le risponde Laura.
<<Ah bè immagino. Vedo che tu - indicando me - hai il mio stesso zaino, cioè, il tuo è tenuto molto meglio. Il mio è infangato e ridotto male, ma è lo stesso modello...>>
E così ci racconta in lieve accento siciliano che lei è partita da Ascoli Piceno, ha percorso 160km completamente da sola, incontrando molti sentieri franati e che per passare ha dovuto lanciare lo zaino e poi recuperarlo, perchè il passaggio era troppo stretto o pericoloso. 
Mentre parlava gli occhi rimanevano aperti, famelici, curiosi e apparentemente allegri, mentre la sua voce ogni tanto calava, quasi a voler trattenere le lacrime che dentro di lei stavano per fuoriuscire come un'eruzione hawaiana. La voce e lo sguardo erano in perenne lotta, e lei faceva di tutto per far vincere lo sguardo. Aveva avuto paura, si vedeva. E adesso, in mezzo a tanta gente, si sentiva al sicuro, anche se non esattamente al suo posto. Non riuscivo a capire quanti anni avesse. Era giovane, ma aveva molto da raccontare. Chissà chi è. Chissà perchè è qui. Chissà cosa ha passato.
Si presentò: <<Io sono Simona, se vi va vi lascio il mio numero e stasera possiamo vederci per bere qualcosa insieme...>>
Lei e Laura si scambiarono i numeri, messaggiarono un po', ma alla fine quella sera non ci vedemmo. E non ci vedemmo nemmeno il giorno dopo, quando noi prendemmo il pullman per tornare a Perugia e poi a Gubbio e infine a Milano.
Ci scrisse che aveva deciso di passare qualche giorno a Gubbio, aveva preso i biglietti del treno e ci chiedeva di fermarci lì la notte, in modo da passare la serata insieme. Voleva stare con noi, le aveva fatto piacere incontrarci. E a noi aveva fatto piacere incontrare lei.
Ma dovevamo ripartire, il giorno seguente, il Lunedì, entrambi lavoravamo.
Milano con i suoi tentacoli ci rivoleva a casa.
I giorni seguenti ho ripensato spesso a Simona. Chissà dov'è, chissà se sta bene, spero stia bene.
Buon cammino Simona, troverai la tua strada, ne sono certo, qualunque essa sia.

Quella notte, nel mio letto, poco prima di addormentarmi dopo tanto vegliare, con gli occhi socchiusi, ho capito che a prescindere dalle motivazioni che ti spingono a fare un cammino, non importa il tragitto che fai o la meta che raggiungi, nemmeno il tempo che impieghi. Ciò che renderà unico e speciale il tuo cammino saranno le persone che incroci durante il percorso: le loro storie, i loro sorrisi, i loro gesti, i loro sguardi, sono loro che lo renderanno  diverso da quello di tutti gli altri.
Molti sostengono che camminare avvicini le persone alla natura, io posso dire che camminare avvicina le persone alle persone. Fa riscoprire i piccoli gesti, fa ricordare quanto può essere lenitivo un sorriso, quanto può essere rassicurante uno sguardo, quanto può essere bello il calore umano...
Ecco quello che mi ha insegnato il mio primo cammino. La mia via di Francesco.



Fine.







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