Partiamo da due considerazioni:
1) Non mi è mai piaciuto camminare
2) Non mi è mai piaciuta la montagna (d'estate)
Ok, allora come diavolo sono finito ad appassionarmi al mondo del trekking??
è iniziato tutto qualche giorno dopo esser tornato dalle ferie (se non lo hai ancora fatto leggi il racconto: Sicilia on the Road).
Più precisamente, è iniziato tutto una notte, così, con un sogno...
Ricordo con molta precisione quello che sognai, ero in un bosco di conifere, su una montagna, e guardavo l'orizzonte. Intorno non avevo nessuno, ma stavo dannatamente bene. Sentivo il profumo dei pini, delle margherite, il calore delicato dei raggi solari.
Era un sogno, come tanti altri, quasi me ne dimenticai, se non fosse che qualche notte dopo tornò a farmi visita.
Ero all'interno della tenda che usavo quindici anni fa quando andavo in campeggio a Cecina, in Toscana.
Aprivo la zip e mi trovavo sempre in mezzo a quegli alti alberi, guardavo il cielo e vedevo un fiume immenso di stelle. Ancora una volta mi faceva sentire bene.
Non ricordavo nemmeno di avere ancora quella tenda, andai in cantina e la trovai lì, impolverata ma ancora intatta.
Era un periodo un po' particolare, alcune cose mi andavano storte, questioni legali, problemi alla casa, alla macchina, piccoli grattacapi.
Un sabato mattina vado da mia mamma e mi dice: "Sai Luca, ho parlato con una mia amica (è una donna anziana che si occupa di esoterismo) della tua situazione e ha notato che hai parecchie energie negative che ti girano intorno, sono legate a delle forti invidie. Mi ha dato una medaglietta da tenere con te. Tu prova, male non fa..."
Sono sempre molto scettico quando si parla di certe cose, tanto da non aver mai incontrato questa signora, ma mi ha sempre incuriosito molto. Aveva, ad esempio, previsto la mia partenza per il militare quando per me era ancora un'idea che non avevo confessato a nessuno.
Presi la medaglietta, la guardai, c'erano dei piccoli ingranaggi e un puma che stava saltando.
Tornai a casa e cercai su Google: "simbolo puma significato".
Quando lessi la prima riga rimasi basito:
"Il leone di montagna conosciuto come puma simboleggia la forza pura della montagna e di ciò che si cela alla vista di ognuno di noi ..."
Semplici coincidenze? Sicuramente sì, non dubito del contrario nemmeno per un istante.
Però la cosa iniziò ad incuriosirmi, ci riflettei qualche giorno e iniziai a cercare posti in montagna dove poter passare la notte in tenda, in mezzo alla natura.
Scoprii che in Italia il campeggio libero è pressochè vietato ovunque, mentre viene consentito solo il bivacco notturno, cioè ci si può fermare in tenda solo dal tramonto all'alba in quelle zone dove non ci sono strutture o alloggi attrezzati nelle vicinanze.
Anche quella notte sognai nuovamente di essere in un bosco, accanto a un fuoco ed a una birra. Pur consapevole che l'ultimo sogno era stato generato con molta probabilità per via di autosuggestione, decisi che era giunto il momento di trovare un posto dove passare un week end immerso nella natura. Ne sentivo il bisogno.
Cercai su internet, perchè come anticipato non ho mai amato la montagna d'estate, quindi non avevo esperienza su nessun luogo in particolare, poi chiesi ad alcune persone.
In cinque mi fecero lo stesso nome: Val di Mello.
Guardai le foto, cercai blog che raccontassero il percorso, i punti di ristoro, di cosa si trattasse, organizzai il tragitto, lavai la tenda, recuperai lo zaino (gentilmente prestato da mia sorella e che non rivedrà mai più...), il sacco a pelo, il materassino, andai persino alla Decathlon a comprare delle scare da trekking!! (l'alternativa sarebbe stata usare le scarpe della palestra, per farvi capire quanto io abbia camminato nella mia vita).
Iniziai a guardare tutorial su come si prepara uno zaino, come bilanciare il peso, cosa portare e cosa lasciare a casa.
Ero prontissimo! (nella mia testa, non nella realtà)
Poi andai a sollevare lo zaino per sistemare i vari tiranti come visto su You Tube.
Era pe-san-tis-si-mo!
Sarà pesato 20kg, mentre nei video che avevo guardato io si parlava al massimo di 7/10kg per un trekking di 2 giorni. Non riuscivo a capire cosa stessi sbagliando!
Risvuotai tutto e rifeci lo zaino svariate volte, ma mi sembrava sempre di portare con me solo lo strettissimo necessario. Una volta raggiunto un peso quasi accettabile mi convinsi di esser effettivamente pronto.
A questo punto le versioni si diramano in due:
- la mia (cioè quella reale) sostiene che anche questa volta (come per la Sicilia) Laura si sia auto-invitata a fare questa scampagnata con me.
- la sua versione sostiene invece che io fossi titubante sul fare questo primo passo completamente solo, non avendo alcuna esperienza in merito, e per questo (a quanto dice lei) le avrei chiesto di unirsi a me.
Io non ricordo esattamente come sia andata, quindi lascio a voi libera scelta.
Laura ha sempre amato la montagna, ha fatto spesso camminate simili con l'oratorio o con i suoi amici, sapeva di cosa stessi parlando e aveva già tutta l'attrezzatura necessaria.
In un modo o nell'altro era deciso, il week end successivo ci saremmo diretti verso la Val di Mello, in provincia di Sondrio.
Avevo pianificato tutto il percorso, dove ci saremmo fermati a pranzare, dove a riposare, dove avremmo preso il Sole, dove avremmo piazzato la tenda. Potevamo partire.
Arrivammo prestissimo al parcheggio a pagamento di S.Martino (quota 925m) la mattina del sabato, ci cambiammo le scarpe, caricammo gli zaini da escursionisti esperti e partimmo.
Avevamo fatto 200 metri tra le viette del paesino che portavano al sentiero quando Laura si girò e mi disse: "Luca, io non respiro, vai avanti te!" giustificandosi dicendo che ha sempre bisogno di qualche metro prima di abituarsi al passo e andare spedita, come una sorta di motore diesel del 1980... Però fu così, qualche centinaio di metri dopo il suo passo era diventato sicuro e costante e la sua respirazione meno affannata.
Ero stupito da come non sentissi il peso dello zaino durante la camminata, era ben stretto al mio busto e non mi pesava affatto sulle spalle.
L'unica preoccupazione era legata al mio malandato ginocchio destro, a quanto avrebbe retto senza gonfiarsi ed a impedirmi di camminare, ma per il momento non avevo alcun segnale d'allarme.
Continuammo così per quasi un'ora, fino ad arrivare al primo laghetto.
Guardai la mappa che avevo stampato con il percorso.
Avremmo dovuto raggiungere quel posto circa alle 10 del mattino, dove ci saremmo fermati a fare merenda, ma erano solo le 9! Qualcosa nei miei calcoli non tornava.
Proseguimmo di buon passo e una ventina di minuti dopo arrivammo al Bidet della Contessa, un lago stupendo, dai colori turchesi e circondato dalle montagne.
Era un posto da cartolina! (no filter needed)
Ci fermammo a fare un po' di foto a quel panorama incantato, avevamo tenuto un ottimo ritmo e fino ad ora la strada aveva mantenuto un'inclinazione dolce, niente di troppo complicato.
Il problema era che dai miei calcoli (ovviamente completamente sballati) avremmo dovuto raggiungere il lago a mezzogiorno, fermarci lì a pranzo e saremmo dovuti ripartire verso le 15 per l'ultimo tratto, dopo esserci riposati per bene.
Eravamo in anticipo di quasi 3 ore!!!
Faceva ancora freschino, il Sole in pianura era ampiamente già ben visibile, mentre lì era ancora nascosto dallle montagne lombarde.
Continuammo a camminare completamente a nostro agio fino a raggiungere il rifugio che nel nostro ideale avremmo dovuto superare intorno alle 16 per poi proseguire qualche metro e accamparci.
Guardai Laura entusiasta: "E te dicevi che non saremmo arrivati nemmeno fino a qui!! Donna di poca fede!!"
Ero euforico, mi sentivo benissimo e le gambe andavano a mille.
Trovammo un'ampia roccia sulla quale ci sedemmo, mangiammo un po' di schifezze e ci rilassammo al Sole, finalmente caldo.
"Sa fem? (Cosa facciamo) - le chiesi - A questo punto voglio puntare in alto! Voglio arrivare al Belvedere e poi ci fermiamo lì, che dici?"
Il Belvedere è una balconata naturale che affaccia su tutta la vallata. Secondo i blog che avevo letto ci sarebbe voluta un'altra ora di cammino.
Stavamo bene, eravamo carichi, stanchi il giusto ed erano ancora le 11.
"Dai - rispose lei - mangiamo qualcosina adesso e poi andiamo sù."
Allora, partiamo con i dati certi:
1) eravamo partiti da 925mslm
2) eravamo arrivati a 1151mslm in 2 ore (+226m)
3) arrivare alla Casera Pioda, indicata a 1h di distanza, era fattibilissimo! (+409m)
Ecco fissata la nostra nuova destinazione.
Ripartimmo, addentrandoci in un bosco fiabesco, mentre intorno a noi gli escursionisti aumentavano.
La pendenza si fece leggermente più impegativa e il terreno reso più accidentato dalle radici che sporgevano.
Decisi di cercare un bastone in grado di sostenere il mio peso e di aiutarmi in salita, lo trovai, lo sollevai e tirai un urlo degno di una groupie dei Beatles degli anni 60.
Proprio sull'unico bastone che avevo deciso di prendere c'era un serpente arrotolato alla sua estremità che mi guardava infastidito. Lanciai il ramo e scappai in stile Jack Sparrow, mentre Laura era piegata in due dalle risate...
(Non so se si è capito, ma io non sopporto i serpenti.)
Ancora con i brividi addosso per quell'immagine angosciante, così viscido, sinuoso, irritante, brrr, ci addentrammo sempre più tra gli alberi, quando vidi un fantastico bastone, delicatamente appoggiato ad un tronco, illuminato da un tenero raggio solare.
Era semplicemente perfetto! Giuste dimensioni, giusto peso, consistenza, senza schegge e corteccia. Guardai Laura e le dissi: "Il bastone della saggezza montana mi ha trovato, non sono stato io a trovare lui, mi ha scelto come la spada nella roccia scelse re Artù."
(Non abbandonai più quel bastone e lo portai addirittura a casa con me, lo tengo fuori, in un angolo sul balcone.)
La salita si fece di colpo più violenta, il bastone era arrivato al momento giusto. Le radici formavano dei gradini naturali che ci permettevano di salire lungo i pendii di quel bosco, i raggi del Sole passavano a stento, ma la fatica e il peso dello zaino iniziarono a farci sudare abbondantemente.
Era passata quasi un'ora da quando avevamo lasciato il cartello alle nostre spalle, ormai dovevamo quasi essere arrivati, ma intorno a noi non si vedeva nessun edificio o possibile spiazzo.
Camminammo ancora, fino a raggiungere un cartello verde che indicava l'ingresso nella foresta di Val Masino. Avvicinandomi, lessi su un angolo, scritto con un pennarello: "Casera Pioda 1/2h".
Guardai Laura e la coppia di sconosciuti che avevamo raggiunto: "Siamo ancora a metà strada! Abbiamo percorso mezz'ora in un'ora abbondante di camminata! Io sono mezzo morto..."
Anche l'altra coppia era incredula, non poteva mancare tanto, eravamo sfiniti.
Laura mi guardava con un misto di pietà e di rassegnazione, consapevole che ormai mi ero messo in testa di arrivare a destinazione.
Proseguimmo. Il sentiero si fece sempre più contorto e ripido, in alcuni tratti dovevamo aggrapparci agli alberi per riuscire a salire. Eravamo distrutti, ma continuammo.
Dopo circa venti minuti, sulla nostra destra, si aprì uno spiazzo, un piccolo ponticello, due panchine e una staccionata: eravamo arrivati al Belvedere.
Il panorama era incredibile!
Slacciammo gli zaini, togliemmo le scarpe, la felpa, la maglia fradicia di sudore, ci asciugammo in fretta e ci rivestimmo perchè l'aria continuava a essere pungente.
Finalmente mangiammo, con tutta la valle ai nostri piedi.
Rinati dopo i toast al prosciutto e formaggio decidemmo di aspettare un quarto d'ora e ripartire.
L'ultimo pezzo fu impegnativo tanto quanto il resto, ma dieci minuti dopo eravamo giunti alla casera Pioda! Un edificio tipicamente di montagna, con le pareti in sassi e il tetto a punta, circondato da pascoli in pendenza, mucche che giravano libere e molti escursionisti sdraiati a rilassarsi. Il rifugio non offriva molto, o acqua o birra o cappuccino, optammo per la seconda.
Con il senno di poi forse non fu la scelta più azzeccata...
Ci godemmo mezz'ora di meritato riposo, ma io ero impaziente di ripartire, non pensavo di riuscire ad arrivare lì, e nemmeno di metterci così poco. Stavamo bene, le gambe dopo tutti i chilometri percorsi in Sicilia erano ben allenate e reggevano ancora, Laura aveva avuto durante tutto il tragitto problemi con lo zaino, le faceva male il collo e la schiena, ma diceva di riuscire a proseguire.
"Ascolta Laura, sono le 2, se ripartiamo subito secondo me riusciamo ad arrivare a quota 2000 metri! Siamo partiti a meno di 1000 e adesso siamo a 1560, vuoi che in 3 ore non facciamo 450m di dislivello?! Secondo me è fattibile!"
"Si si, anche secondo me ce la facciamo!" disse lei... (si si, certo)
Però a quel punto non ero più preparato su dove andare, avevo stampato il percorso fino al Belvedere, quindi non sapevo a cosa stessimo andando incontro.
Mentre Laura riassestava il suo zaino io andai dal casaro a chiedere consiglio, fingendomi un trekker esperto. Mi guardò storto e mi disse: "Da qui si diramano due sentieri, quello a destra è esposto e con questo Sole non va bene per voi, prendete quello a sinistra, passa in mezzo agli alberi. Tra circa una mezz'oretta di salita troverete un vecchio rifugio abbandonato, potete piazzarvi lì con la tenda, almeno sarete un po' riparati."
Raccontando a Laura quanto mi aveva detto ripensai a quei modi burberi. Io non gli avevo detto che eravamo in tenda, gli avevo detto che volevo arrivare al bivacco a quota 2.000m, e lui mi consigliava di fermarci solo a mezz'ora di cammino. Perchè?
Ripartimmo, ma qualcosa era cambiato.
Le gambe era strane, leggere, non rispondevano bene, ogni passo era quasi trascinato, eppure ci eravamo riposati, avevamo mangiato e bevuto.
Dopo il primo quarto d'ora avevamo già il fiatone.
Passarono quaranta minuti, gli alberi erano sempre più fitti e la salita costante, senza strappi ma nemmeno con qualche pausa. Eravamo esausti, ci trascinammo lungo una piccola apertura, una via di passaggio larga giusto qualche metro, che dava su un paesaggio mozzafiato, con alle spalle una esile cascata e di fronte parte della valle.
Laura faceva strada, io continuavo a fermarmi, il ginocchio iniziava a non reggermi più. sorretto dal bastone della saggezza montana proseguivo a stento.
Il problema era che non potevamo piazzare la tenda da nessuna parte, non c'erano porzioni pianeggianti abbastanza larghe.
"Senti Laura, basta, io sono morto, torniamo indietro, a quello spiazzo sulla roccia con la cascata alle spalle e mettiamo lì la tenda, anche se è proprio in mezzo al sentiero. è passata un'ora e del posto che mi ha indicato il casaro non c'è nemmeno l'ombra!"
"Luca -mi rispose- non possiamo fermarci lì, è in mezzo al passaggio, è sulla roccia e non possiamo picchettare la tenda in nessun modo, poi è proprio davanti a un burrone. Andiamo avanti."
Proseguimmo, erano ormai le 3:30. Ero morto.
"Basta, sono cotto, mi sto trascinando, e non voglio arrivare al tramonto senza la tenda montata. Immaginati se va via il Sole, come facciamo a trovare uno spiazzo al buio. Se non troviamo un posto decente entro le 4 torniamo indietro."
"Ok, alle 4 torniamo indietro." rispose lei, ansimante.
Avevo il ginocchio gonfio, le gambe tremavano a ogni gradino, i quadricipiti erano contratti e bruciavano, ormai esausti, quando sentii la voce euforica di Laura: "Vedo la luce! Sì, là davanti c'è luce tra gli alberi! Intravedo anche un tetto! Credo..."
Feci l'ultimo sforzo e mi trovai di fronte una vecchia casa abbandonata, in mezzo a un prato in pendenza, guardai l'orologio: 15:48.
Eravamo arrivati all'ex Casera Cameraggio, 1.837mslm.
Sganciammo gli zaini e inziai a cercare il posto più bello dove piazzare la tenda. Lo volevo pianeggiante, riparato, con una vista panoramica, dopo quella fatica volevo tutto, non ero disposto ad accontentarmi. Trovammo il posto adatto qualche decina di metri sotto la casera. Il Sole stava tramontando dietro le montagne e intorno a noi c'erano insetti ovunque! Aprimmo la tenda e ci infilammo dentro a mangiare.
Appena il Sole tramontò tutti gli animali scomparvero improvvisamente, e il rumore della cascata fu l'unico suono che si udiva in tutta la vallata.
La temperatura si abbassò rapidamente, molto rapidamente. Volevo rimanere fuori a fumarmi un sigaro ma faceva troppo freddo per gli indumenti che avevamo. Laura mi offrì una banana, e io rinacquì immediatamente. Non sentivo più la stanchezza, la spossatezza, i dolori muscolari, una giornata di sofferenza era svanita in un istante. Perchè non l'avevo mangiata prima?
Preparammo i sacchi a pelo e ci infilammo dentro per proteggerci dal freddo.
Erano appena le 19, noi avevamo già cenato e il Sole stava svanendo.
Alle 21 l'esterno della tenda era completamente bagnato dall'umidità quando chiesi a Laura se le andasse di uscire per vedere qualche stella.
Non avrei mai immaginato cosa stava per palesarsi davanti a noi.
Un fiume impetuoso di stelle riempiva i nostri occhi, mai e ribadisco mai, nella mia vita avevo visto così tante stelle, così luminose, così vive, così vicine, così intense.
Laura si commosse e si mise a piangere per l'emozione.
Lì, in quel momento, capii finalmente Kant e la sua idea di sublime.
"La legge morale dentro di me. Il cielo stellato sopra di me."
Era uno spettacolo unico, così intenti a godercelo che nemmeno per un secondo pensammo di prendere i telefonini per cercare di immortalarlo.
Il freddo però era difficile da sopportare, e tornammo dopo pochi minuti in tenda, avvolti nei nostri sacchi a pelo, riparati dall'umidità della notte solo dal leggero telo della tenda.
Le ore passavano, Laura si era addormentata come un agnellino, mentre io continuavo a fissare la zanzariera della tenda, con gli occhi completamente sbarrati, inesorabilmente sveglio. Mi sentivo stanchissimo eppure, qualsiasi cosa io facessi o pensassi, non riuscivo a prender sonno.
Per tutta la notte.
Avvolto e insaccato nel mio sacco a pelo, senza possibilità di muovermi, guardavo l'orologio, fissavo il buio, cercavo di chiudere gli occhi ma poi, come collegati ad una molla, si riaprivano, unica parte del mio corpo a non essere distrutta dalla stanchezza.
(Tornato a Milano feci delle ricerche e scoprii che si trattava di insonnia da altitudine, un fenomeno che si verifica sopra i 1.200m, causato soprattutto se il cambiamento di altitudine è stato improvviso ed ampio e se il soggetto non è abituato a tali rapide escursioni, dovuto alla diminuzione dell'ossigeno nel sangue).
Laura sembrava non aver risentito minimamente di questi fattori, e io non vedevo l'ora di poterla svegliare perchè non sapevo più come passare il tempo, immobilizzato nel mio sarcofago.
Finalmente giunsero le 6 del mattino, avevo la scusa giusta!
Mi avvicinai a Laura e le sussurrai: "Ehi, che dici? Proviamo a vedere l'alba?"
Ancora stropicciata dalla lunga, rigenerante, riposante, completa notte di sonno, aprì gli occhi a fatica e accennò un convinto: "Sì, che bello! Dammi trenta secondi che mi sveglio. Ho avuto freddo tutta notte."
"Non si direbbe visto quanto hai dormito!" risposi sarcastico.
Uscimmo, l'erba e la tenda erano completamente bagnate, sembrava che avesse piovuto fino a pochi istanti prima, l'aria era freddissima (considerando che era fine Agosto), il cielo era ancora scuro, le stelle erano sparite quasi tutte e c'era solo una sottilissima Luna crescente.
Poco alla volta il buio lasciò spazio alla luce, aspettammo l'alba ma poi ci rendemmo conto che avremmo visto il Sole solo dopo le 10, a causa delle alte vette che ci circondavano.
Facemmo colazione, stendemmo la tenda sopra una roccia per farla asciugare un po' e ci preparammo per la discesa.
Non erano nemmeno le 8 quando ripartimmo.
Mezz'ora dopo e al riparo degli alberi la temperatura iniziò a salire. Per tutto il primo tratto il ginocchio mi aveva dato molto fastidio e per questa ragione ero partito sin da subito con la ginocchiera, ma dopo poco anche il dolore passò e riuscii a continuare senza grosse difficoltà, sempre sostenuto dal mitico "bastone della saggezza montana".
Superammo la Casera Pioda, ancora chiusa al pubblico, arrivammo al Belvedere dove ci fermammo per ammirare la valle alle prime luci del mattino, avvolta da un leggero strato di foschia, e continuammo a scendere.
In un certo senso la discesa non era agevole come si può pensare. In salita il passo è più costante e più sicuro, mentre quando si scende bisogna avere più cautela perchè si passa molto tempo in equilibrio su una gamba sola. Insistetti a lungo con Laura per farle prendere un bastone con il quale aiutarsi e sorreggersi, ma non volle ascoltarmi nemmeno dopo esser scivolata e aver picchiato violentemente il sedere per terra.
Arrivammo al laghetto devastati.
La luce del Sole era ormai forte e infastidiva i miei occhi stanchi, irritandoli e facendoli bruciare. Cercammo un posto dove sdraiarci e stendere la tenda ad asciuare.
Mi spogliai ed entrai in acqua. Il lago era gelato!
Rimasi con le gambe a mollo come avevo fatto alla Scala dei Turchi, sentivo la circolazione riprendersi, mi sciacquai la faccia più volte e mi svegliai definitivamente.
E di colpo la stanchezza di due giorni ci colpì inesorabile.
Mi faceva male ogni singolo muscolo, persino quelli inesistenti dei piedi.
Intorno a noi il laghetto era ormai pieno di gente e io stavo morendo di fame.
Girammo per alcuni rifugi, leggendo il menù e cercando quello con meno fila d'attesa, alla fine ne scegliemmo uno che aveva i piatti che ci attiravano di più.
In coda, aspettando che si liberasse un tavolo per noi, lasciavo tutto il peso del corpo sostenuto semplicemente dal bastone, troppo stanco per rimanere ancora dritto in piedi.
Finalmente ci sedemmo in un tavolo all'aperto e all'ombra.
Ordinai dei pizzoccheri e Laura del brasato con la polenta, il suo piatto era decisamente più saporito del mio, bevvi la mia amata coca zero, mentre lei prese un bicchiere di vino rosso e ci riposammo su quella panca di robusto legno. Il posto era davvero bello, pieno di gente che pranzava, vicino al torrente, in mezzo alla vallata, ma non riuscivo a percepirne a pieno il potenziale, distratto dai dolori muscolari.
Tornammo al lago a sdraiarci, cercai di dormire un po' ma non riuscii.
Un paio di ore dopo ripartimmo, da lì all'auto c'era ancora un'ora di strada da fare, ma adesso stavamo meglio, lo stomaco era pieno, le gambe avevano tirato un sospiro di sollievo e la caffeina, aggiunta all'acqua gelida con la quale ci bagnavamo quando il Sole si faceva troppo insistente, ci aveva fatto riprendere del tutto.
Nel tragitto del ritorno pensai che poche volte mi ero sentito così appagato, così vicino alla natura, così rispettoso, così in sintonia con essa e che volevo arrivare più in alto. Non mi bastava più quello che avevamo appena fatto. Volevo dormire in un bivacco, volevo raggiungere quota 2.000m, volevo arrivare in cima a una montagna, volevo camminare in cresta con tutto il Mondo come contorno, volevo arrivare a quota 3.000, superarli, raggiungere i 4.000 e continuare ancora...
Quota 1.837m era il mio punto di partenza, non di arrivo.
Quella giornata mi aveva aperto prospettive che mi erano rimaste nascoste per troppo tempo.
Arrivare in cima grazie solo alle proprie gambe era una sensazione incredibile.
Come dice My Life in Trek (una delle youtuber che seguo con più costanza sul mondo del trekking):
"La vista più bella è dopo la salita più dura"
e i miei occhi avevano appena scoperto una prospettiva nuova da cui guardare il mondo: dall'alto delle sue cime.
Ecco come diavolo mi sono appassionato al trekking!
Fine.


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