Ti ritrovi
sdraiato sul divano, lo stesso divano color antracite che hai comprato qualche
mese prima, e che solo ora ti sembra troppo scomodo e troppo comodo allo stesso
tempo.
Fissi il
soffitto bianco, notando tutte le mille imperfezioni dell’intonaco e delle
stuccature che hai fatto nel corso degli anni per coprire i vari difetti, come
se guardassi un cielo incolore pieno di milioni di stelle spente.
Ti volti a guardare una televisione accesa ormai da troppe ore, nella quale le immagini fanno solo da contorno al tuo riflesso.
Il volume è disattivato perchè qualsiasi suono artificiale ti infastidisce, penetrando il cervello e rimbalzando nella scatola cranica, come un eco in una grotta sotterranea.
Pensi e ripensi.
La tua mente viaggia così veloce che non riesci a capire se il pensiero precedente fosse concluso o solo accantonato, insieme a tutti gli altri, che ormai hai dimenticato.
Guardi il telefono, sperando di trovarci un messaggio che non c’è, ma che sai arriverà.
Ripensi al passato, alle scelte fatte, a dove ti hanno portato e a cosa ti hanno tolto; al presente, chiedendoti a cosa ti porteranno le scelte che stai facendo, cosa ti toglieranno e come impatteranno sul tuo futuro, così offuscato dietro una sempre più fitta nebbia, fatta di bivi, di omissioni, di azzardi, di incertezze e convinzioni.
Solo dopo tanti inutili suoni riesci ad apprezzare davvero il silenzio, così liberatorio, neutro, così dannatamente rumoroso, colmato dalla voce nella tua testa, che incessante, continua a parlarti, anche quando tu non vorresti ascoltare. A farti domande alle quali non vuoi dare una risposta.
Ti chiedi se i tuoi non siano deliri dovuti dal perdurare della febbre, un po’ in cuor tuo ci speri, come un moderno Sherlock Holmes sotto l’effetto dell’oppio per risolvere i suoi misteri.
Ti sollevi da quel divano, in questo momento diventato troppo scomodo, e prendi il termometro. Lo agiti per far scendere il livello del finto mercurio al suo interno. È gelido l’istante in cui entra in contatto con la tua pelle.
Dopo pochi minuti lo riguardi, conscio di quanto sia inutile quel gesto. La tua più fedele compagna di viaggio degli ultimi giorni è ancora lì, a farti compagnia. A volte scende un po’, ma non ti sta lasciando solo nemmeno per un istante da ormai tre giorni.
Pensi che il suo sia quasi un gesto altruistico, ma ancora non ne capisci le ragioni, ci convivi e basta.
Il dolore al petto invece ha appena preso il posto di quello alla testa. Loro al contrario non sono così costanti.
Si alternano come attori di teatro. In alcuni atti sono tutti presenti, a scambiare battute con il mal di gola e la tosse, in altri fanno lunghi monologhi ai quali ormai non dai più ascolto.
Dato che questo è l’atto in cui battibeccano solo il raffreddore e il petto, decidi di fingerti un artista.
Vai nella camera dove a terra hai lasciato pennelli sporchi, spatole, tubetti di vernice colorata, stucco e una tela, solo in apparenza bianca.
Nella tua mente c’è un’idea, ma anche questa, come tutte le altre, è confusa, sovrapposta e nascosta da tutte le altre.
Decidi di ignorarle tutte, prendi un tubetto di colore e parti da lì.
Noti subito una cosa che avevi già ben chiara, pur sperando nel contrario, cioè di quanto tu sia incapace a dipingere. Non è solo mancanza di tecnica, è totale assenza di abilità, di stile, di sapere come mettere sulla tela quello che avevi in testa, che avevi visualizzato con i tuoi doloranti occhi. Non sai nemmeno quale sia il modo corretto di tenere un pennello in mano.
Ti alzi da terra, guardi dall’alto quello che osi definire una bozza di dipinto, illudendoti che una prospettiva diversa possa migliorare il risultato, e riesci a pensare solo una cosa: “Fa veramente schifo! Di cose brutte ne ho dipinte, ma questo le batte tutte...”
Ti volti, spegni la luce e ti lasci alle spalle quello che potresti tranquillamente spacciare per un lavoretto fatto in 3^ elementare.
Mentre accosti la porta ti accorgi che, nella camera accanto, il tuo letto è ancora completamente sfatto. Stai per fare un passo in direzione della sala, quando una voce tanto acuta da risultare tagliente, ti entra nel cervello: “Non hai ancora rifatto il letto? Io non ti ho mica educato in questo modo! Sbrigati rifai il letto!” In quel momento ti viene in mente la scena del remake di “Karate kid”, quando la madre ordina al ragazzino di appendere il suo giacchetto all’attaccapanni. Alzi gli occhi verso la trapunta e sussurri: “Vivo da solo da 6 anni e mi devi ancora stressare con sta storia del letto?? Lo faccio, lo faccio! Ma poi, perchè lo faccio? Sono da solo in casa! Saranno fatti miei se non rifaccio il letto!”
Ma quella vocina di tua mamma è ancora lì, dentro la tua testa, e solo quando hai finito di sistemare la camera le senti dire: “Bè potevi tirare un po’ meglio quel piumone, ma almeno è meglio di prima.”
Esci sul balcone a prendere una boccata d’aria, tanto fresca che subito la tua gola e il tuo petto fanno sentire il loro disappunto.
“Basta lamentarvi voi due – pensi – e godetevi qualche istante di finta libertà.”
L’aria di fine Novembre sembra così leggera, pura, dissetante.
Due colpi di tosse e uno starnuto entrano in scena per dire la loro, risvegliando dal suo torpore il mal di testa.
“Ok, ho capito, adesso rientro!”
Fai l’ultimo profondissimo respiro, prima di chiudere i serramenti dietro di te, e tornare ad isolarti in una stanza che ai tuoi occhi sembra sigillata ermeticamente.
È ora di pranzo, sei malato, puoi fare quello che vuoi, così al posto della pasta e tonno a cui avevi pensato, prendi dalla credenza un barattolo di crema di cioccolato fondente, del pane già tagliato a fette dai panettieri dell’Esselunga, un coltello a punta tonda e un piattino che non ti servirà praticamente a nulla.
Per giustificare la tua scelta a una coscienza onnipresente, decidi di spiegarle il perchè di quella decisione. E lo fai a voce alta, come se dovessi realmente convincere qualcuno della sensatezza di quella azione: “Punto uno: carboidrati, zuccheri e grassi mi servono per ridare energia a un fisico debilitato. Punto due: il cioccolato rilascerà le endorfine, che daranno al mio cervello una sensazione immediata di benessere. Punto tre: mi evito anche di dover lavare piatti e pentole. Taaaacc, ok, è deciso: pane e nutella tarocca sono la risposta definitiva!”
Guardi il telefono, il messaggio che aspettavi è arrivato. Appoggi quello che sarà il tuo pranzo e lo accantoni per un po’. Rispondi.
Distratto dai messaggi che ti stanno arrivando non ti accorgi che hai quasi finito di mangiare le fette di pane che avevi preparato, e solo a quel punto ti chiedi quando avevi iniziato a farlo.
Nel palato senti un leggero sentore dolce, ma non riesci a riconoscerne il sapore. Non sai se è cioccolato, se nocciole, se pane o se tutti loro insieme, senti solo qualcosa di vagamente dolciastro in fondo alla lingua.
Adesso, finalmente a stomaco pieno, puoi decidere quale medicina prendere. Hai un’ampia scelta davanti a te: Tachipirina per la febbre, sciroppo per la tosse, Oki per il mal di testa, Tachiflu Dec per tutto il resto.
In realtà l’unica panacea che vorresti avere non ce l’hai.
Opti per la Tachipirina, non perchè la febbre sia il sintomo più fastidioso, ma semplicemente perchè è il più duraturo e costante. Magari così si stancherà per un po’ di te e si andrà a riposare.
Riaccendi la tele e guardi un pezzo di una delle partite di questo strano e inusuale mondiale di calcio, giocato in inverno. Proprio non le capisci le critiche e le contestazioni che ogni minuto l’opinionista di turno decanta.
Inizi a ragionare: “Dal punto di vista calcistico, quale problema c’è se si gioca a Novembre? Se ci fosse stata la Champion’s League quei giocatori avrebbero giocato esattamente le stesse partite nello stesso periodo. E se ci fosse stata la coppa d’Africa? Nessuno si ricorda che anche lei si gioca da sempre in questi mesi? E ma “il mondiale si è sempre giocato d’estate!” e grazie al cielo le cose cambiano e non rimangono calcificate nel passato!
Dal punto di vista dei diritti umani, invece, tutto questo ha ancora (se possibile) meno senso! Ma quando la Lega calcio ha fatto disputare proprio lì le finali della Super Coppa Italiana non mi sembra che a nessuno fosse fregato nulla, che le squadre o qualche giocatore abbia boicottato o portato striscioni. I soldi ce li siamo presi e siamo anche stati contenti. E poi non ho capito, i diritti umani ci sono solo per il mondiale di calcio, ma per i mondiali di Formula 1 e Moto GP che si corrono qui, ad Abu Dhabi, in Arabia, in Russia questi discorsi non valgono? O decidiamo di dare sempre un valore ai diritti umani o la smettiamo di fare i finti perbenisti di merda!”
Questi ragionamenti sui mondiali in Qatar ti hanno fatto incazzare, così cambi canale, pensando: “Fanculo ste partite di merda!”
Navighi tra serie Netflix che sai già non ti interesseranno. Metti in pausa la tele e torni a guardare lo scarabocchio che hai abbandonato a terra nella camera accanto. È davvero brutto.
Pensi a come sistemarlo e vedi che riesci solo a peggiorare le cose. Così decidi che ne hai abbastanza, quel progetto è fuori portata, è meglio ricoprire tutto passandoci sopra uno strato uniforme di vernice neutra.
E proprio quando passi la prima mano ultra annacquata, noti che l’effetto non è poi così malvagio, anzi, quasi dignitoso. Ti ritrovi tra le mani quello che ora potrebbe esser definito un compito di 2^ media.
Un bel passo in avanti.
Lo lasci lì, ad asciugare, mentre il sole tramonta oltre la finestra di quella stanza, e la foschia lenta si alza.
Nella testa quell’insolente vocina (no, non quella di tua madre, l’altra) continua a farti domande alle quali non sai come rispondere. Speri che almeno lei oggi ti lasci stare per un po’, ma sai che non sarà così. Cerchi di distrarti, ma torna sempre a bussare alla tua porta, fino a quando decidi di ascoltarla per un po’. Capisci subito che certe discussioni è meglio affrontarle quando si ha la mente lucida.
Il dolore al petto prende improvvisamente il sopravvento sugli altri e capisci che è il momento di ingerire qualche altra medicina. La lista è sempre la stessa, ma ti accorgi che il loro livello sta calando drasticamente.
Vada per l’Oki.
Dopo aver letto un altro capitolo di un thriller troppo lento e macchiavellico, riaccendi rassegnato la tele.
Inizia un’altra partita dei mondiali, ma lasci anche lei a metà del primo tempo.
Torni a guardare il soffitto, mentre le luci dei lampioni si accendono e l’oscurità invade casa.
Ti eri promesso che non saresti più rimasto segregato in casa, ricordi? E quando è stato il momento di fare il quarto vaccino hai temporeggiato venti giorni di troppo.
Ripensi a dove puoi esser stato contagiato, ma non ti viene in mente ancora nulla.
Intanto la luce intermittente della tele fa apparire il soffitto ogni secondo diverso, mostrando imperfezioni e rullate sempre nuove. Stando sdraiato il petto si placa, ma è la testa che ne risente. È un tango per nulla piacevole quello che stanno mettendo in scena quei due.
Hai bisogno d’ossigeno.
L’aria gelida sul balcone è fragranza invernale allo stato puro. Guardi il cielo, ma non vedi stelle, sono spente esattamente come sul tuo soffitto.
I soliti due colpi di tosse seguiti dal bruciore al petto ti ricordano che il tempo di star fuori è terminato, come il suono di una pignolissima sveglia puntata il lunedì mattina.
Come di consueto verso quest’ora, iniziano a farti male anche gli occhi. Forse a causa della troppa televisione, forse a causa del mal di testa, forse a causa della febbre che ancora rimane imperturbabilmente avvinghiata al tuo corpo inerme.
Guardi il termometro e gli chiedi: “Che ne dici? Facciamo un altro tentativo?”
Aspetti un secondo ad alzarti, quasi come se davvero aspettassi una risposta da lui.
Ancora tutto uguale: 37,7°, più che un termometro sta diventando un orologio svizzero.
È quasi ora di cena. È da tre giorni che pensi di mangiare una pizza surgelata al salame piccante, ma sistematicamente ci devi rinunciare. Il tuo fisico non ce la fa proprio a mangiare una pizza intera. Temporeggi sperando che l’appetito ti venga, ma non succede.
Il ripiego è l’ennesima tazza di tè alla pesca con i biscotti integrali con le gocce di cioccolato.
Mentre sorseggi quel liquido aromatizzato (chiamarlo tè è inappropriato) pensi che forse è il primo bicchiere d’acqua che bevi da pranzo.
Sono quasi le 21 di domenica, in giro non c’è nessuno, puoi finalmente scendere a buttare la spazzatura, convinto di non incrociare anima viva.
E così è.
Ti fermi un attimo nel giardino, guardi il cielo e adesso finalmente riesci a vedere le stelle. Abbassi la mascherina, gustandoti l’aria che ti punge la pelle.
La condensa esce dalle tue labbra ad ogni respiro.
Ogni due/tre inspiri sono alternati a un colpo di tosse , che cerchi di soffocare nel petto, senza riuscirci.
Gli occhi iniziano a bruciarti un po’ meno.
Ti avvii verso casa con passo lento e incerto, consapevole che quelli sono gli unici fugaci istanti di libertà della giornata, mentre la mascherina torna a coprirti parte del volto.
Affondi nel divano, tra i cuscini e le coperte, dopo l’ultimo giro di medicine.
Solito immancabile spezzone di partita, troppo lento e frammentato per guardare il match per intero.
Ennesimo walzer tra serie già viste, film troppo lunghi, reality anacronistici.
Deciso.
Riprendi a vedere esattamente lo stesso telefilm della sera prima, di questa mattina, di questo pomeriggio. Tanta scelta per poi ricadere nei sempre noti tre/quattro titoli.
Quando la testa riprende a battare al ritmo di un concerto di tamburi subsahariani, capisci che è il momento di gettare la spugna e andare a letto.
Allunghi una mano verso il libro che avevi abbandonato in giornata, ne leggi un paio di pagine e lo richiudi, accasciandolo sul comodino privo di vita.
Pensi a quanto sia fantastico il tuo piumone, acquistato all’Ikea.
Finalmente tutte le luci di casa sono spente.
Le tenebre hanno accolto ogni singolo angolo del tuo appartamento, in un caldo e lungo abbraccio.
Prima di addormentarti, quando l’oscurità è così profonda da non farti capire se hai ancora gli occhi aperti o già chiusi, pronunci l’ultima frase della giornata. E la rivolgi proprio a loro, i tuoi malanni.
“Ehi, gioie belle, mi raccomando, cercate di non esagerare sta notte, e lasciatemi dormire un po’. Soprattutto tu, febbre, vacci piano. Ci vediamo domani...”
Ti volti a guardare una televisione accesa ormai da troppe ore, nella quale le immagini fanno solo da contorno al tuo riflesso.
Il volume è disattivato perchè qualsiasi suono artificiale ti infastidisce, penetrando il cervello e rimbalzando nella scatola cranica, come un eco in una grotta sotterranea.
Pensi e ripensi.
La tua mente viaggia così veloce che non riesci a capire se il pensiero precedente fosse concluso o solo accantonato, insieme a tutti gli altri, che ormai hai dimenticato.
Guardi il telefono, sperando di trovarci un messaggio che non c’è, ma che sai arriverà.
Ripensi al passato, alle scelte fatte, a dove ti hanno portato e a cosa ti hanno tolto; al presente, chiedendoti a cosa ti porteranno le scelte che stai facendo, cosa ti toglieranno e come impatteranno sul tuo futuro, così offuscato dietro una sempre più fitta nebbia, fatta di bivi, di omissioni, di azzardi, di incertezze e convinzioni.
Solo dopo tanti inutili suoni riesci ad apprezzare davvero il silenzio, così liberatorio, neutro, così dannatamente rumoroso, colmato dalla voce nella tua testa, che incessante, continua a parlarti, anche quando tu non vorresti ascoltare. A farti domande alle quali non vuoi dare una risposta.
Ti chiedi se i tuoi non siano deliri dovuti dal perdurare della febbre, un po’ in cuor tuo ci speri, come un moderno Sherlock Holmes sotto l’effetto dell’oppio per risolvere i suoi misteri.
Ti sollevi da quel divano, in questo momento diventato troppo scomodo, e prendi il termometro. Lo agiti per far scendere il livello del finto mercurio al suo interno. È gelido l’istante in cui entra in contatto con la tua pelle.
Dopo pochi minuti lo riguardi, conscio di quanto sia inutile quel gesto. La tua più fedele compagna di viaggio degli ultimi giorni è ancora lì, a farti compagnia. A volte scende un po’, ma non ti sta lasciando solo nemmeno per un istante da ormai tre giorni.
Pensi che il suo sia quasi un gesto altruistico, ma ancora non ne capisci le ragioni, ci convivi e basta.
Il dolore al petto invece ha appena preso il posto di quello alla testa. Loro al contrario non sono così costanti.
Si alternano come attori di teatro. In alcuni atti sono tutti presenti, a scambiare battute con il mal di gola e la tosse, in altri fanno lunghi monologhi ai quali ormai non dai più ascolto.
Dato che questo è l’atto in cui battibeccano solo il raffreddore e il petto, decidi di fingerti un artista.
Vai nella camera dove a terra hai lasciato pennelli sporchi, spatole, tubetti di vernice colorata, stucco e una tela, solo in apparenza bianca.
Nella tua mente c’è un’idea, ma anche questa, come tutte le altre, è confusa, sovrapposta e nascosta da tutte le altre.
Decidi di ignorarle tutte, prendi un tubetto di colore e parti da lì.
Noti subito una cosa che avevi già ben chiara, pur sperando nel contrario, cioè di quanto tu sia incapace a dipingere. Non è solo mancanza di tecnica, è totale assenza di abilità, di stile, di sapere come mettere sulla tela quello che avevi in testa, che avevi visualizzato con i tuoi doloranti occhi. Non sai nemmeno quale sia il modo corretto di tenere un pennello in mano.
Ti alzi da terra, guardi dall’alto quello che osi definire una bozza di dipinto, illudendoti che una prospettiva diversa possa migliorare il risultato, e riesci a pensare solo una cosa: “Fa veramente schifo! Di cose brutte ne ho dipinte, ma questo le batte tutte...”
Ti volti, spegni la luce e ti lasci alle spalle quello che potresti tranquillamente spacciare per un lavoretto fatto in 3^ elementare.
Mentre accosti la porta ti accorgi che, nella camera accanto, il tuo letto è ancora completamente sfatto. Stai per fare un passo in direzione della sala, quando una voce tanto acuta da risultare tagliente, ti entra nel cervello: “Non hai ancora rifatto il letto? Io non ti ho mica educato in questo modo! Sbrigati rifai il letto!” In quel momento ti viene in mente la scena del remake di “Karate kid”, quando la madre ordina al ragazzino di appendere il suo giacchetto all’attaccapanni. Alzi gli occhi verso la trapunta e sussurri: “Vivo da solo da 6 anni e mi devi ancora stressare con sta storia del letto?? Lo faccio, lo faccio! Ma poi, perchè lo faccio? Sono da solo in casa! Saranno fatti miei se non rifaccio il letto!”
Ma quella vocina di tua mamma è ancora lì, dentro la tua testa, e solo quando hai finito di sistemare la camera le senti dire: “Bè potevi tirare un po’ meglio quel piumone, ma almeno è meglio di prima.”
Esci sul balcone a prendere una boccata d’aria, tanto fresca che subito la tua gola e il tuo petto fanno sentire il loro disappunto.
“Basta lamentarvi voi due – pensi – e godetevi qualche istante di finta libertà.”
L’aria di fine Novembre sembra così leggera, pura, dissetante.
Due colpi di tosse e uno starnuto entrano in scena per dire la loro, risvegliando dal suo torpore il mal di testa.
“Ok, ho capito, adesso rientro!”
Fai l’ultimo profondissimo respiro, prima di chiudere i serramenti dietro di te, e tornare ad isolarti in una stanza che ai tuoi occhi sembra sigillata ermeticamente.
È ora di pranzo, sei malato, puoi fare quello che vuoi, così al posto della pasta e tonno a cui avevi pensato, prendi dalla credenza un barattolo di crema di cioccolato fondente, del pane già tagliato a fette dai panettieri dell’Esselunga, un coltello a punta tonda e un piattino che non ti servirà praticamente a nulla.
Per giustificare la tua scelta a una coscienza onnipresente, decidi di spiegarle il perchè di quella decisione. E lo fai a voce alta, come se dovessi realmente convincere qualcuno della sensatezza di quella azione: “Punto uno: carboidrati, zuccheri e grassi mi servono per ridare energia a un fisico debilitato. Punto due: il cioccolato rilascerà le endorfine, che daranno al mio cervello una sensazione immediata di benessere. Punto tre: mi evito anche di dover lavare piatti e pentole. Taaaacc, ok, è deciso: pane e nutella tarocca sono la risposta definitiva!”
Guardi il telefono, il messaggio che aspettavi è arrivato. Appoggi quello che sarà il tuo pranzo e lo accantoni per un po’. Rispondi.
Distratto dai messaggi che ti stanno arrivando non ti accorgi che hai quasi finito di mangiare le fette di pane che avevi preparato, e solo a quel punto ti chiedi quando avevi iniziato a farlo.
Nel palato senti un leggero sentore dolce, ma non riesci a riconoscerne il sapore. Non sai se è cioccolato, se nocciole, se pane o se tutti loro insieme, senti solo qualcosa di vagamente dolciastro in fondo alla lingua.
Adesso, finalmente a stomaco pieno, puoi decidere quale medicina prendere. Hai un’ampia scelta davanti a te: Tachipirina per la febbre, sciroppo per la tosse, Oki per il mal di testa, Tachiflu Dec per tutto il resto.
In realtà l’unica panacea che vorresti avere non ce l’hai.
Opti per la Tachipirina, non perchè la febbre sia il sintomo più fastidioso, ma semplicemente perchè è il più duraturo e costante. Magari così si stancherà per un po’ di te e si andrà a riposare.
Riaccendi la tele e guardi un pezzo di una delle partite di questo strano e inusuale mondiale di calcio, giocato in inverno. Proprio non le capisci le critiche e le contestazioni che ogni minuto l’opinionista di turno decanta.
Inizi a ragionare: “Dal punto di vista calcistico, quale problema c’è se si gioca a Novembre? Se ci fosse stata la Champion’s League quei giocatori avrebbero giocato esattamente le stesse partite nello stesso periodo. E se ci fosse stata la coppa d’Africa? Nessuno si ricorda che anche lei si gioca da sempre in questi mesi? E ma “il mondiale si è sempre giocato d’estate!” e grazie al cielo le cose cambiano e non rimangono calcificate nel passato!
Dal punto di vista dei diritti umani, invece, tutto questo ha ancora (se possibile) meno senso! Ma quando la Lega calcio ha fatto disputare proprio lì le finali della Super Coppa Italiana non mi sembra che a nessuno fosse fregato nulla, che le squadre o qualche giocatore abbia boicottato o portato striscioni. I soldi ce li siamo presi e siamo anche stati contenti. E poi non ho capito, i diritti umani ci sono solo per il mondiale di calcio, ma per i mondiali di Formula 1 e Moto GP che si corrono qui, ad Abu Dhabi, in Arabia, in Russia questi discorsi non valgono? O decidiamo di dare sempre un valore ai diritti umani o la smettiamo di fare i finti perbenisti di merda!”
Questi ragionamenti sui mondiali in Qatar ti hanno fatto incazzare, così cambi canale, pensando: “Fanculo ste partite di merda!”
Navighi tra serie Netflix che sai già non ti interesseranno. Metti in pausa la tele e torni a guardare lo scarabocchio che hai abbandonato a terra nella camera accanto. È davvero brutto.
Pensi a come sistemarlo e vedi che riesci solo a peggiorare le cose. Così decidi che ne hai abbastanza, quel progetto è fuori portata, è meglio ricoprire tutto passandoci sopra uno strato uniforme di vernice neutra.
E proprio quando passi la prima mano ultra annacquata, noti che l’effetto non è poi così malvagio, anzi, quasi dignitoso. Ti ritrovi tra le mani quello che ora potrebbe esser definito un compito di 2^ media.
Un bel passo in avanti.
Lo lasci lì, ad asciugare, mentre il sole tramonta oltre la finestra di quella stanza, e la foschia lenta si alza.
Nella testa quell’insolente vocina (no, non quella di tua madre, l’altra) continua a farti domande alle quali non sai come rispondere. Speri che almeno lei oggi ti lasci stare per un po’, ma sai che non sarà così. Cerchi di distrarti, ma torna sempre a bussare alla tua porta, fino a quando decidi di ascoltarla per un po’. Capisci subito che certe discussioni è meglio affrontarle quando si ha la mente lucida.
Il dolore al petto prende improvvisamente il sopravvento sugli altri e capisci che è il momento di ingerire qualche altra medicina. La lista è sempre la stessa, ma ti accorgi che il loro livello sta calando drasticamente.
Vada per l’Oki.
Dopo aver letto un altro capitolo di un thriller troppo lento e macchiavellico, riaccendi rassegnato la tele.
Inizia un’altra partita dei mondiali, ma lasci anche lei a metà del primo tempo.
Torni a guardare il soffitto, mentre le luci dei lampioni si accendono e l’oscurità invade casa.
Ti eri promesso che non saresti più rimasto segregato in casa, ricordi? E quando è stato il momento di fare il quarto vaccino hai temporeggiato venti giorni di troppo.
Ripensi a dove puoi esser stato contagiato, ma non ti viene in mente ancora nulla.
Intanto la luce intermittente della tele fa apparire il soffitto ogni secondo diverso, mostrando imperfezioni e rullate sempre nuove. Stando sdraiato il petto si placa, ma è la testa che ne risente. È un tango per nulla piacevole quello che stanno mettendo in scena quei due.
Hai bisogno d’ossigeno.
L’aria gelida sul balcone è fragranza invernale allo stato puro. Guardi il cielo, ma non vedi stelle, sono spente esattamente come sul tuo soffitto.
I soliti due colpi di tosse seguiti dal bruciore al petto ti ricordano che il tempo di star fuori è terminato, come il suono di una pignolissima sveglia puntata il lunedì mattina.
Come di consueto verso quest’ora, iniziano a farti male anche gli occhi. Forse a causa della troppa televisione, forse a causa del mal di testa, forse a causa della febbre che ancora rimane imperturbabilmente avvinghiata al tuo corpo inerme.
Guardi il termometro e gli chiedi: “Che ne dici? Facciamo un altro tentativo?”
Aspetti un secondo ad alzarti, quasi come se davvero aspettassi una risposta da lui.
Ancora tutto uguale: 37,7°, più che un termometro sta diventando un orologio svizzero.
È quasi ora di cena. È da tre giorni che pensi di mangiare una pizza surgelata al salame piccante, ma sistematicamente ci devi rinunciare. Il tuo fisico non ce la fa proprio a mangiare una pizza intera. Temporeggi sperando che l’appetito ti venga, ma non succede.
Il ripiego è l’ennesima tazza di tè alla pesca con i biscotti integrali con le gocce di cioccolato.
Mentre sorseggi quel liquido aromatizzato (chiamarlo tè è inappropriato) pensi che forse è il primo bicchiere d’acqua che bevi da pranzo.
Sono quasi le 21 di domenica, in giro non c’è nessuno, puoi finalmente scendere a buttare la spazzatura, convinto di non incrociare anima viva.
E così è.
Ti fermi un attimo nel giardino, guardi il cielo e adesso finalmente riesci a vedere le stelle. Abbassi la mascherina, gustandoti l’aria che ti punge la pelle.
La condensa esce dalle tue labbra ad ogni respiro.
Ogni due/tre inspiri sono alternati a un colpo di tosse , che cerchi di soffocare nel petto, senza riuscirci.
Gli occhi iniziano a bruciarti un po’ meno.
Ti avvii verso casa con passo lento e incerto, consapevole che quelli sono gli unici fugaci istanti di libertà della giornata, mentre la mascherina torna a coprirti parte del volto.
Affondi nel divano, tra i cuscini e le coperte, dopo l’ultimo giro di medicine.
Solito immancabile spezzone di partita, troppo lento e frammentato per guardare il match per intero.
Ennesimo walzer tra serie già viste, film troppo lunghi, reality anacronistici.
Deciso.
Riprendi a vedere esattamente lo stesso telefilm della sera prima, di questa mattina, di questo pomeriggio. Tanta scelta per poi ricadere nei sempre noti tre/quattro titoli.
Quando la testa riprende a battare al ritmo di un concerto di tamburi subsahariani, capisci che è il momento di gettare la spugna e andare a letto.
Allunghi una mano verso il libro che avevi abbandonato in giornata, ne leggi un paio di pagine e lo richiudi, accasciandolo sul comodino privo di vita.
Pensi a quanto sia fantastico il tuo piumone, acquistato all’Ikea.
Finalmente tutte le luci di casa sono spente.
Le tenebre hanno accolto ogni singolo angolo del tuo appartamento, in un caldo e lungo abbraccio.
Prima di addormentarti, quando l’oscurità è così profonda da non farti capire se hai ancora gli occhi aperti o già chiusi, pronunci l’ultima frase della giornata. E la rivolgi proprio a loro, i tuoi malanni.
“Ehi, gioie belle, mi raccomando, cercate di non esagerare sta notte, e lasciatemi dormire un po’. Soprattutto tu, febbre, vacci piano. Ci vediamo domani...”
Fine.
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