- Questo brano potrebbe urtare la sensibilità delle persone più religiose, e a tratti risultare blasfemo. Il mio intento non è in alcun modo quello di criticare le credenze altrui, ma solo di esporre un mio pensiero :-) -
Alcuni giorni fa ho partecipato al funerale di una persona molto cara ad un
mio amico.
Sappiamo tutti quanti che la morte è l’unica certezza della nostra vita ma,
nonostante ciò, facciamo fatica ad accoglierla e ad affrontarla come qualcosa
di inevitabile.
La razionalità lascia il posto ai sentimenti che si provano per quella
persona, ai ricordi, ai momenti passati con lei, alla mancanza di tutto ciò che
non potrà mai più verificarsi.
Quando sopraggiunge la morte di una persona cara si realizza in maniera
inequivocabile tutte le occasioni che andranno perse, tutte le cose rimandate,
tutte le parole non dette perché date per scontate. È un pensiero straziante.
Non si soffre solamente perché la persona ha cessato la sua esistenza, ma
soprattutto per quello che questo comporterà per noi. A volte sarà senso di
colpa, a volte sarà senso di impotenza, a volte sarà puro e sano egoismo,
perché si avrebbe voluto passare più tempo con lei ma non lo si è fatto.
Il tempo, appunto, è inesorabile. È il nostro peggior nemico.
Trascorriamo tutta la nostra vita cercando di ottenere più denaro, più momenti
indimenticabili, più affetti, più cose futili che riusciamo a racimolare,
perché sappiamo benissimo che l’unica cosa che conti veramente, il tempo, è
qualcosa su cui non potremo mai avere il controllo.
La morte è straziante perché ci mette davanti ai nostri sensi di colpa,
alle nostre mancanze, ai nostri errori.
Mia nonna, con un po’ di rammarico, mi diceva spessissimo: “Luca, goditi i
vivi, e non piangere i morti.”
Ho sempre pensato che avesse dannatamente ragione…
Mentre ero invischiato in questi ragionamenti, la voce del sacerdote che
stava celebrando il funerale mi giungeva pulita e chiara, e ad un tratto disse:
“Nella vita eterna non patirà mai alcun dolore, non ci sarà patimento, solo
gioia. Dal Vangelo secondo Giovanni: se un chicco di grano non muore resta
solo, ma se muore produce molto frutto.”
Ho ricollegato il cervello ai pensieri interrotti in precedenza, ma la
ridondanza di questa frase mi lasciava con un forte senso di incompiutezza.
Perché mai un chicco di grano se non muore resta solo? Perché il suo scopo
è quello di trasformarsi in farina e produrre pane e pasta? Perché - per quanto
riporta il Vangelo - ognuno di noi raggiunge il proprio scopo solo dopo la
morte, con l’ascesa nel regno dei cieli?
Se fosse davvero così, che senso avrebbe questa parentesi nella vita
terrena? Perché non esistere direttamente nella vita eterna, al cospetto di
Dio?
Questa semplice domanda mi portò a una conclusione lapidaria. Feci
moltissime considerazioni intrecciate tra loro, ma tutti quei ragionamenti, tutte
le mie analisi, tutti i miei sillogismi portavano sempre e solo ad un’unica ed
inequivocabile soluzione.
Stavo arrivando alla dimostrazione che Dio non
esiste.
La teoria della vita eterna, del paradiso, dell’inferno, sono dogmi
necessari, anzi, quasi obbligati, per poter suggerire - se non imporre - uno
stile di vita che segua delle regole quasi dittatoriali. Non si parla di leggi
terrene, fatte da un uomo e modificabili da un altro e trasgredibili secondo
l’assunto “homo homini lupus”. Sono comandamenti dai quali non dipenderà solo
l’andamento della vita terrena, ma l’eternità della nostra anima. Non puoi
sottrarti al giudizio divino, perché è onnisciente: sa ciò che fai, ciò che
pensi e addirittura ciò che brami (“Non desiderare la donna altrui”).
In pratica, viviamo all’interno di un immenso Grande Fratello orwelliano, dal
quale non abbiamo scampo se non seguendo le indicazioni tramandateci. L’unica
via di salvezza è pentirsi di tutti i nostri eventuali peccati, sperando di non
averne commessi di troppo gravi.
Ma è proprio a questo punto che qualcosa nel filo logico del mio pensiero
si è inceppato.
Dio è onnipotente ed onnisciente, io sono nato a sua immagine e
somiglianza, e allora perché dovrei peccare? Tutte le mie azioni dovrebbero
essere frutto della volontà divina…
Ho cercato allora di seguire un ragionamento strutturato e non frutto delle
ovvietà.
Partiamo dal presupposto che Dio – quello cristiano, intendo - sia
onnipotente ed onnisciente.
Se è vero quanto ci è stato tramandato ed insegnato, allora non può
esistere il libero arbitrio umano.
Ma se è vero che esiste il libero arbitrio umano, vuol dire che viene meno
la volontà divina, perché ho la facoltà di seguirla o meno.
Però, se viene meno l’incontestabilità della supremazia della volontà
divina, allora viene meno l’onnipotenza di Dio!
Se le mie scelte non sono frutto della volontà di Dio, Dio non è
onnipotente. Se Dio non è onnipotente, non è Dio!
Ho provato a sconfessare questa mia ipotesi più volte e ci sono riuscito
solo parzialmente con la teoria del “multiverso”, secondo la quale esistono
infiniti mondi quante infinite possibilità di scelta, teoria ipotizzata, tra
gli altri, da Leibnitz nel 1600.
In pratica, Dio conosce già tutte le strade
che potremmo percorrere, ci dona il libero arbitrio in modo da farci scegliere
quale seguire, tra un ventaglio di opzioni che erano già state preconfezionate
e definite da lui, prima della nostra nascita.
Questa è l’unica teoria che smonterebbe tutti i ragionamenti fatti fino ad
ora.
Ma se il multiverso non esistesse, avremmo la prova inconfutabile della
inesistenza di Dio.
E in realtà, anche se esistesse il multiverso, non dimostrerebbe
l’esistenza di Dio, ma più semplicemente la “teoria delle stringhe”, dando
ancora più impeto alla parte scientifica e non a quella religiosa, visto che il
multiverso è una questione che la religione non ha mai appoggiato a pieno, ma
solo ipotizzata da filosofi e studiosi.
Se poi provassimo ad essere ancora più attenti osservatori, non servirebbe
nemmeno arrivare al multiverso, alle stringhe e a tutte le altre teorie super
complicate; la Bibbia ci dice già nel libro della Genesi, sin dal principio di
tutto, che Dio non è onnipotente e che nulla può la sua volontà rispetto al
libero arbitrio umano:
“[…] La donna vide che il frutto dell’albero era buono a mangiarsi, ch’era
bello a vedere, e che l’albero era desiderabile per diventare intelligente;
prese del frutto, ne mangiò, e ne dette anche a suo marito ch’era con lei, ed
egli ne mangiò.[…] E Dio disse: ‘Hai tu mangiato il frutto dell’albero del
quale io t’avevo comandato di non mangiare?’
L’uomo rispose: ‘La donna che tu m’hai messa accanto, è lei che m’ha dato il
frutto dell’albero, e io l’ho mangiato’.
E l’Eterno Iddio disse alla donna: ‘Perché hai fatto questo?’ E la donna
rispose: ‘Il serpente mi ha sedotta, ed io l’ho mangiato’.”
La Bibbia ci ha avvisato da subito, ma noi non abbiamo colto il vero significato
del peccato originale.
Il peccato originale non fu tradire Dio, ma credere in
lui come onnipotente ed onnisciente.
Rileggete bene il primo passaggio, “[…] l’albero era desiderabile per
diventare INTELLIGENTE”, intelligere deriva da inter «tra»
e legĕre «scegliere», Eva capì che contestando la volontà
divina avrebbe ottenuto la facoltà di ragionare in modo razionale, di poter
scegliere liberamente.
Inoltre, se Dio fosse onnisciente, perché chiedere ad Adamo se avesse
mangiato il frutto ed a Eva il motivo per il quale lo ha fatto? Avrebbe dovuto
saperlo ancora prima che accadesse.
E tutto questo ce lo dice la Bibbia stessa, né io, né la scienza, né
un’altra religione, né un ateo, né un filosofo. La Bibbia.
A questo punto qualcuno di voi potrebbe dire:
“Ma Luca, la Bibbia è stata scritta dagli uomini, non da Dio, ci sta che qualche passaggio sia errato o mal interpretato!”
Certo! Ma voi mi volete dire che il libro più letto nella storia, con 2000 anni di vita, il primo ad esser stato stampato, riletto, corretto, censurato migliaia di volte, ma guarda caso si sono dimenticati di correggere proprio il primo capitolo… ci vuole un bel colpo di sfiga, no?
Hanno bloccato l’emanazione di 7 vangeli su 11, ma non si sono riletti proprio queste 4 frasi del primo libro… a me suona strano.
Tra l’altro, anche la formazione delle diverse fedi dimostra che non esiste
una teoria unica su chi o cosa sia l’entità che domini il mondo.
Per i cattolici e gli ebrei è Dio, quasi del tutto identico a quello degli
islamici; per gli induisti ci troviamo difronte a più divinità, come per i
romani, greci ed egizi; per i buddisti è il raggiungimento della pace dei sensi;
per i primitivi era la Madre Terra; per i pagani erano gli elementi della
natura; per gli scienziati a loro modo sono le regole fisiche e matematiche;
per gli astrologi le interazioni cosmiche delle costellazioni; per i filosofi
l’idea del bene assoluto.
Se Dio fosse onnipotente ed onnisciente avrebbe dato a tutti i suoi popoli
la stessa entità da pregare e in cui credere, non una scelta.
Continuando con queste riflessioni mi tornò alla mente in modo epifanico un
passaggio del Corano, nel quale viene detto:
“[…] In verità, coloro che
credono, siano essi giudei, nazareni, o sabei, tutti coloro che credono e
compiono il bene riceveranno il compenso presso il loro Signore. Non avranno
nulla da temere e non saranno afflitti.”
Fu in quel momento, lungo l’autostrada in direzione Milano che compresi a
quale soluzione stessi per arrivare.
E se la risposta risiedesse esattamente nelle parole del Corano e fosse
tutto un equivoco semantico? E se non fosse Dio l’entità suprema che guida e
domina sugli uomini, ma la loro FEDE?
Cosa hanno in comune tutte le religioni del mondo? Alcune sono monoteiste,
altre sono politeiste, alcune credono nei santi, altre nei profeti, altre in
figure mitologiche, alcune nella vita eterna, altre nella reincarnazione.
L’unica cosa che unisce tutti gli uomini è la fede stessa, è di credere in
qualcosa più grande di loro.
E che questa affermazione sia corretta lo dimostra anche il fatto che
spazia oltre i confini puramente teologi, ma ingloba uomini di scienza, uomini
di concetto, innovatori, astrologi, filosofi, persino gli stessi atei nella
loro vita hanno avuto fede in qualcosa.
Se non ci focalizzassimo sulla necessità infantile di dare a tutto un’immagine
definita, di non pensare a un Dio con sembianze umane, ma “semplicemente” ad un'entità superiore a qualsiasi cosa e quindi a qualsiasi forma, che può tutto, che
può dar la forza di superare tutto, ecco allora che esisterebbe una divinità.
Ma che sia chiaro, non è che Dio esiste perché ho fede, perché così si
tornerebbe al punto di partenza, ma se fosse la fede ad essere essa stessa
divina avremmo dimostrato l’esistenza di qualcosa di divino.
Le religioni basano tutta la loro struttura sui dogmi, cioè su principi che
si devono accogliere per veri e per giusti, senza esame critico o discussione e
in questo modo vengono risolte tutte le parti critiche e controverse.
Ma se partissimo dal punto di vista che l’entità divina fosse la fede, il
credere in qualcosa di superiore a noi, non sarebbe forse questa la divinità a
cui tutto il mondo si rivolge? Non servirebbero dogmi, non servirebbero
principi da accettare ciecamente.
So che questo passaggio è un po’ complicato e articolato da concepire, ma
trasliamo queste mie parole nel mondo di tutti i giorni.
Se non fosse per la fede, gli scienziati non avrebbero fatto tutte le
scoperte che ci hanno fatto evolvere come specie: hanno creduto che l’uomo
potesse volare e hanno fatto in modo che ciò avvenisse, hanno creduto che
l’uomo potesse viaggiare nello spazio, hanno prolungato la vita con gli
antibiotici e con i trapianti; i religiosi hanno alleviato le sofferenze della
perdita dei cari con l’idea che dopo la morte ci sia la vita eterna; gli
astrologi giustificano le nostre azioni perché influenzati dai segni zodiacali,
costellazioni, ascendenti, posizione della Luna e dei pianeti; i buddisti hanno
fede nella reincarnazione in modo da farci credere di poter avere più chances,
eccetera, eccetera.
L’unica cosa che ci accomuna tutti è credere in qualcosa
più grande di noi. E questo sarà sempre vero, non seguirà il periodo storico in
cui si vive o il luogo in cui si risiede.
La stessa idea di giustizia, di bene e persino l’amore non sono leggi
universali, ma la fede in qualcosa di superiore a noi lo è sempre. Ciò che è
giusto in Europa può essere reato in Oriente, ciò che è bene nel 2022 poteva
essere sbagliato nel 2021 o nel 2023, ciò che è amore per me non lo è per te,
per questo è così complicato da descrivere e da definire. Ma la fede, la
speranza, è onnipotente, universalmente riconosciuta, non crea conflitti,
accomuna tutti gli uomini, tutti i popoli, tutte le epoche.
È esattamente l’opposto degli Dei per i quali sono state combattute guerre,
per i quali sono stati fatti attentati, per i quali sono state sterminate
persone.
Se il primo suggerimento - perché “comandamento” riporta a qualcosa verso
cui bisogna obbedire in modo dispotico - fosse: “Abbi sempre la speranza di poter
raggiungere la versione migliore di te e vivi per raggiungere questo obiettivo”,
non vivremmo tutti in un mondo spinto al miglioramento perpetuo?
Questa è la forza della fede, la divinità che tira fuori sempre e solo il
nostro meglio, e che ha come unico fine il superamento dei nostri limiti e
delle nostre conoscenze.
Io credo che un giorno ci si potrà autotrasportare, che scopriremo altri
mondi abitati ed abitabili, che non esista vita dopo la morte e che abbiamo
un’unica possibilità da giocarci. Non ho le capacità per inventare, scoprire o
dimostrare queste cose, ma ho fede che arriveranno uomini con le abilità per
farci fare tutto questo e tanto altro ancora. Qualcuno di loro è già arrivato,
si chiama Pitagora, Galileo, Gesù, Maometto, Einstein, Hawking, Leonardo da
Vinci, Newton, e tanti altri…
Cosa accadrebbe se tutti avessimo fede di poter arrivare a qualcosa più
grande di noi e mai visto o raggiunto prima? Il mondo migliorerebbe ogni singolo
giorno.
Non so se tutto questo abbia senso o sia solo blasfemo, ma più ci ragiono e più me ne convinco.
Date sempre il meglio di voi per raggiungere quello in cui sperate!
Abbiate fede in voi stessi...
Fine.
Abbi sempre la speranza di poter raggiungere la versione migliore di te e vivi per raggiungere questo obiettivo.....sembra un esortazione del Buddismo dove al posto della speranza vi è l'impegno verso la perfezione di te stesso e degli altri. La tua analisi la condivido in pieno ritenendo la fede non come divinità, ma effettivamente come proprio personale impegno. Unica variabile è quali sono i punti da cui parto per migliorare me stesso? Anche un killer potrebbe ambire a migliorarsi per raggiungere la sua perfezione. Quali sono le regole o le leggi da seguire? E se ognuno seguisse le proprie saremmo dove siamo ora....
RispondiEliminaCiao Flavio, grazie mille per aver letto il testo e per il tuo commento. Non parlo di anarchia, le leggi da rispettare sono quelle dettate dal paese in cui viviamo, che a loro volta dovrebbero essere nate con l'idea di creare uno Stato che sia il migliore possibile per i suoi cittadini.
EliminaKant diceva: "Comportati sempre come se la tua azione fosse una legge universale. E chiediti sempre cosa accadrebbe se tutti si comportassero come fai tu."
Ecco, questo, forse, potrebbe essere un buon punto di partenza...