L'ammaliante e perpetua voce del mare


Ho sempre parlato molto con il mare. Lo faccio da quando lessi Siddharta.
Tutte le decisioni importanti della mia vita le ho prese ascoltando la sua voce e i suoi consigli. Cambiare il liceo, arruolarmi nell'esercito, comprare casa, cambiare lavoro, vendere la moto...
Fino ad oggi avevo ascoltato solo le onde del Mediterraneo e le ho amate tutte, dalla prima all'ultima, esattamente come si amano i cartoni animati che si guardavano da bambini.
Ma oggi è diverso, oggi ho scoperto un altro tipo di onde, più ampie, più rumorose, più inquietanti e apparentemente più violente nei loro giudizi. 

La prima volta che le ho sentite ho avuto timore persino ad avvicinarmi a loro.
Il fragoroso rumore dell'acqua che si schiantava a riva era così violento da farmi pensare che mi stessi avvicinando a delle grosse cascate di montagna. Quello non poteva essere il piatto suono del mare.
Il mare è sempre stato lenitivo con me, ma le onde che oggi mi ritrovavo davanti erano diverse, così rabbiose e perentorie, quasi accusatorie. Da una parte volevo presentarmi e farmi conoscere, dall'altra aumentava in me il senso di timore e di rispetto reverenziale.
Quella sera, se pur ci provai, non raggiunsi mai la riva, e rimasi al sicuro con i piedi piantati nella sabbia, tanto sottile e soffice da farmici sprofondare quasi fino alle caviglie. 
Lo guardai a lungo, senza sfiorarlo mai.
 
Quando mi voltai per tornare in camera sentii un leggero senso di sollievo. Le vibrazioni generate da quell'ammasso d'acqua erano tanto forti da attraversarmi senza rallentare la loro corsa, scuotendomi bruscamente, come se non avessi alcuna consistenza.
Sì, fui sollevato quando finalmente raggiunsi la strada. Ero abituato a farmi cullare dal mare, a farmi rilassare, rasserenare, ad addormentarmi in sua compagnia. 
Ma adesso era tutta un'altra storia: ne avevo paura.

Fu così che mi presentai all'oceano Atlantico, un pulcino bagnato, impaurito dal boato del temporale.
Però, su una cosa ben presto mi sarei accorto che mi stavo sbagliando: con il suo ruggito non mi stava respingendo, ma mi dava il benvenuto, solo in una lingua che ancora non conoscevo, ma che presto, molto presto, avrei amato alla follia per la sua schiettezza, per la sua durezza, per tutto quello che fino a questo momento mi aveva profondamente turbato. 

Porterò sempre con me quella prima sera, quel senso di onnipotenza che solo la natura può trasmettere. 
Di fronte all'oceano non ero altro che l'ennesimo granello di sabbia della spiaggia. 
Ma io volevo essere di più, volevo evolvermi e imparare a comprenderlo.

Nel letto non riuscii ad addormentarmi subito, ancora scosso da quelle violente sensazioni.
E se non lo avessi capito?
E se quelle vibrazioni così forti avessero pregiudicato tutto?
E se avessi sopravvalutato le mie capacità?
E se non fossi nel posto giusto?
Già, e se questo non fosse il posto per me?
Chiusi gli occhi con quest'ultimo pensiero stampato sul soffitto bianco della camera della surf house, circondato da undici indefiniti sconosciuti che dormivano profondamente nei loro letti a castello. 

La mattina seguente mi ritrovo nuovamente di fronte a quella rauca voce. Questa volta però indosso una umida muta da surf, impugno una tavola rosso brillante e il sole è alto, nascosto dietro a folte nubi grigio perla. 
Seguo le indicazioni degli istruttori e pochi minuti dopo i miei piedi entrano nell'oceano per la prima volta, senza alcun tipo di resistenza. 
Quel rumore penetrante si è trasformato in un suono che mi avvolge e che scollega il cervello da tutto ciò che non è qui e che non è il presente. Mi richiama a lui come il pifferaio magico, e io lo seguo senza esitazione, senza se e senza ma. Non sento nient'altro, non penso a nient'altro. 
Tutte le sensazioni bloccanti della sera prima sono svanite in un lampo. Sembrano non essere mai esistite, come uno sbiadito incubo che ricordi in modo annebbiato e poco chiaro.
L'acqua mi arriva a metà gamba, è fredda ma gradevole, è leggera e morbida, la sento insinuarsi tra le trame della mia muta e accarezzarmi il corpo, come le mani di un non-vedente accarezzerebbero il tuo viso per capire come sei fatto. La prima onda si infrange sul mio petto, sento tutta la schiuma avvolgermi e accogliermi, così vellutata, consistente, spumosa. Mi rendo conto solo in quel momento che finalmente sto sorridendo, felice sia dentro che fuori.
Ti ho cercato così a lungo senza saperlo, e ora sono qui.
Le onde proseguono, senza sosta, sempre più alte, e finalmente capisco cosa mi sta dicendo.
Quello che si era mostrato ai miei occhi come un grosso, ringhioso e indisposto cane da guardia, oggi è in realtà un instancabile fluido animato, che vuole solo strusciarsi e giocare con noi. 
Così, onda dopo onda, la mia tavola si trasforma in una larga sella con la quale scivolare sulla sua lunga schiena.
Lo vedo scodinzolare a ogni mio miglioramento e gioire con me. E allora continuo a giocare con lui fino allo stremo delle mie forze. Quando sbaglio e non prendo bene le sue onde mi accoglie tra le sue braccia in modo morbido e mi fa ricominciare, senza sosta, senza rimproveri e senza fretta, in un moto perpetuo. 
Il primo incontro dura un'oretta, ma basta a creare in me la dipendenza per quelle vibrazioni. Ne sono asseufatto, ne voglio ancora, ne voglio di più.

Finita la lezione torno entusiasta alla surf house, e scopro che anche qui il mood mi fa letteralmente impazzire.
Sembra di vivere in una sorta di confraternita di un college americano. Centinaia di ragazzi da mezza Europa, tutti con lo stesso stato d'animo, come se qualcuno ci avesse scelti con cura, come se il nostro arrivo in questo posto non fosse casuale, come se l'oceano ci avesse chiamato uno ad uno, per nome.

Cerco di inquadrare gli altri ragazzi, e mi accorgo che non voglio sapere cosa fanno nella vita, ma solo sapere chi sono veramente. Sono assetato di conoscere queste personalità così uniche e cristalline.
Avete presente lo slogan: "Vedo persone ma non vedo personalità"? Bè qui è l'esatto opposto.
Sono tutti sguardi intensi, mi incuriosiscono, non ne ho mai abbastanza, parlerei con ognuno di loro per ore, ma mi trattengo solo per non sembrare uno che sta troppo addosso alla gente. Passo le ore ad ascoltare i loro racconti e i loro discorsi, il loro passato e il loro futuro.
Io, da sempre così schivo e riservato, non vedo l'ora di confidarmi e confrontarmi con loro per capire chi ho davanti e perchè è qui. 

Apro una valigia piena di niente. 
Tutte le camicie, le Lacoste, le maglie e i pantaloni Zara, sono legate al Luca di Milano, non a questo posto. Qui voglio essere ciò che non posso essere in quella spenta città troppo legata alle apparenze, qui si può essere chiunque tu sia veramente. Non serve nascondersi o camuffarsi.
I vestiti griffati rimarranno in quella valigia a prendere polvere per ricomparire solo una volta tornati a Milano. Non c'è posto per loro in questo nuovo mondo, per lo meno non su di me. 
Indosso un paio di pantaloni australiani, larghissimi e dai colori accesi che non potrei mai mettere a Milano, faccio appena qualche passo e un ragazzo austriaco e una ragazza francese mi fanno i complimenti per quella scelta e si fermano a bere una birra con me. Chiacchieriamo del niente, che d'un tratto si trasforma in tutto, in una lingua che probabilmente nemmeno esiste, ma ci capiamo.
In questo posto non ti devi nascondere dietro alle apparenze, ma puoi essere semplicemente chi ti senti dentro, così capita di chiedere "Where are you from?" e sentirti rispondere: "I come from the Universe".
Porca troia, ma è davvero possibile tutto questo? Ma dove sono finito? Sono arrivato anch'io con Leonardo di Caprio nell'isola sperduta di "The Beach"?

Intanto le lezioni di surf proseguono e quando prendo in pieno la mia prima onda, per tutta la sua lughezza, l'oceano festeggia con me, riempiendomi di schizzi d'acqua fino a riva, con il vento che mi accarezza il viso bagnato, facendomi sognare. E come avevo deciso, salto giù dalla tavola esultando come CR7, mentre in lontananza sento la voce della mia istruttrice Rita che gioisce per me in portoghese, spagnolo, inglese, italiano, quasi come se quell'onda l'avesse presa il suo migliore amico.
Abbasso gli occhi sul mare trasparente, accarezzo la tavola, ho raggiunto il mio obiettivo "sportivo" tre giorni prima del previsto, e così cambia il mio modo di fare surf. La tavola è lo strumento che mi permette di farmi circondare dall'oceano in tutta la sua fierezza, non il fine di questo viaggio. 
Quando sono dentro l'oceano, sulla tavola, non riesco a sentire nient'altro, sono completamente scollegato dal resto del mondo.
Probabilmente non farò mai più surf, o forse lo farò tutti gli anni, non importa, gli sarò per sempre grato per quello che mi ha dato, mai scontato e gratuito. Se vuoi ricevere soddisfazioni dal surf il prezzo da pagare è alto, dato da molta fatica, interminabili cadute, dure nuotate, concentrazione totale e incondizionata, lividi, abrasioni e contusioni, ma in cambio riceverai pochi istanti di disumana felicità.

Mi accorgo che gli altri mi sfrecciano accanto mentre io rimango appeso alla mia tavola, ipnotizzato dalle onde e dalla sua voce, e solo quando vedo quella che ritengo la più adatta a me, mi riprendo in un istante e mi posiziono per scivolare lungo la sua cresta. Sento la tavola sollevarsi, tre bracciate, bam bam bam, improvvisamente il naso si abbassa puntando terra, step uno, step due, mi tiro su, punto il peso in avanti, abbasso il baricentro e guardo verso riva. Boom! Sono Poseidone in groppa al suo fedele amico!
Usciamo dall'acqua tutti stravolti, ma appena incrociamo gli sguardi ci sorridiamo e ci scambiamo complimenti e cenni d'intesa. Non importa chi tu sia, ma se sei qui a me basta e avanza, vuol dire che ami il mare almeno quanto me.

Quando ci raduniamo nella surf house, il gruppo di ragazzi italiani si solidifica sempre di più e iniziamo a parlarci come se fossimo amici di lunga data, eppure ci conosciamo solo da poche ore. 
Ridiamo, scherziamo, parliamo del nostro passato, più o meno doloroso, parliamo del nostro futuro, più o meno incerto, siamo tutti alla ricerca di qualcosa: é questo il sottile fil rouge che ci accomuna. 
Cerco di cenare ogni sera con persone diverse del gruppo, in modo da conoscerne il più possibile, e ogni sera scopro nuovi mondi, nuovi occhi sognanti, nuove storie, tutte diverse tra loro e tutte così simili.
Le conversazioni passano da futili e spensierate a profonde e intime in un battito di ciglio. Probabilmente non rivedrò nessuno di loro una volta tornati alle nostre vite, ma ognuno mi ha donato così tanto in così poco.
I loro sorrisi assonnati la mattina, il loro entusiasmo contagioso che esplode all'improvviso per le piccole cose, le confidenze dolorose lungo la strada per la spiaggia, i loro occhioni azzurri gonfi di lacrime per una frase che ha scalfito la loro sensibilità, le loro storie trasformate in splendida e raffinata poesia, la loro compagnia sdraiati in spiaggia, i loro occhi sognanti, la loro determinazione, la loro voglia di godersi ogni istante. La loro luce.
Belle persone, che sfruttano il surf per librarsi sul mare e raggiungere le vibrazioni che gli permettono di essere in pace con se stessi. Nient'altro. Non per ciò che sono fuori di qua, ma per chi sono.
Perchè in ognuno di noi c'è qualcosa che non ci soddisfa o ci rende pienamente felici, ma impareremo dal surf. 
Prenderemo le onde fuori posizione e cadremo, ne prenderemo altre e cadremo ancora, riprenderemo la nostra fottuta tavola da surf centinaia di volte se sarà necessario, cercando quell'onda perfetta per noi, che ci farà provare quell'incredibile e disumana felicità. E non ci interessa sapere in quale direzione spingerà, perchè sapremo che saremo noi a condurre la tavola, non il contrario.

L'ultimo giorno, quando pensavo di aver capito come interagire con l'oceano, di aver capito la sua lingua, qualcosa cambia, la marea, il vento, la corrente, le onde diventano più gonfie, più piene, si rompono subito e non più in modo morbido e progressivo come nei giorni passati. 
Riemerge dagli abissi quell'inquietante voce della prima sera.
Volo letteralmente dalla tavola più volte, lo schiaffo contro l'acqua quando atterro è deciso e non più accogliente come nei giorni precedenti, quando finisco nella centrifuga delle sue onde perdo completamente il senso dell'orientamento, avvolto da una schiuma che non è più setosa ma asfissiante e incatenante. Non soddisfatto, decide di picchiarmi persino con la mia stessa tavola, che mi colpisce inaspettatamente ogni parte del corpo. 
Non è più una dolce cavalcata ma un incontro di MMA, e io non riesco nemmeno a trovare il tempo per rimettermi in piedi che il mio avversario mi sbatte al tappeto, intimandomi di stare giù. Ma io mi rialzo, ogni volta, e ci riprovo, ma finisco a terra tutte le volte.
Esco da quella sessione di surf con le ossa rotte, completamente stravolto. Mi volto chiedendo il perchè, ma non so se la domanda è rivolta a lui o a me.
Dalla spiaggia, sdraiato sulla mia tavola rosso fuoco, mentre guardo il cielo cercando di riprendere le forze e il respiro, capisco l'errore da pivello: l'arroganza umana.
Pensare di aver compreso l'oceano è stato l'errore più grave che io potessi mai commettere. 
Non c'è rancore nella sua voce dura, non c'è cattiveria nelle sue onde possenti. è semplicemente la sua natura.
Lo guardo con ammirazione. Amo tutto questo. Sentirmi completamente impotente di fronte alla sua forza e alla sua autorevolezza mi fa sentire vivo.
Mai scherzare con la natura, non puoi sapere di che umore possa essere, e se la becchi nel giorno sbagliato è meglio stare schisci e non esagerare. 
Siamo granelli di sabbia che giocano a fare gli dei...

Anche il surf mi ha insegnato molto, perchè nel surf, come nella vita, la cosa più importante è riuscire a farsi trovare nel posto giusto, al momento giusto. La cosa difficile è capire in che direzione iniziare a spostarci per anticipare l'onda ancora prima di vederla, per essere pronti non appena si intravede quella minuscola gobba che in pochi istanti ci solleverà a metri di altezza, e che ci spingerà lontani, con il vento in fronte e il sorriso sulle labbra.
Qualcuno potrebbe chiamarla fortuna, altri esperienza, per me è semplicemente la vita.

Grazie oceano, non solo per la lezione di vita, ma anche per le splendide persone che hai attirato qui e che mi hai fatto incontrare, per avermi mostrato questo stato d'animo, per avermi insegnato tutto questo e per avermi fatto conoscere ancora un po' più me stesso.

Forse non ho ricevuto le risposte che speravo, ma ho trovato esattamente quello che stavo cercando.
Adesso posso andare via.

Buone onde, e a presto.



Surf, Somo, Santander









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