Sicilia On The Road - Capitolo 7 - Profumo di Storia (Caltagirone+Agrigento)

La strada tra il lido di Noto e Caltagirone era stupefacente. 

Non c’era quasi nessuno, tutta con dei sali e scendi, il panorama cambiava costantemente con l’addentrarci verso l’interno. Passammo per paesi, per campagne di grano, per distese di ulivi, per colline morbide e verdi seguite da campi arsi dal Sole. Era una fusione tra la Toscana e la Basilicata. Quel tragitto fu quello che in assoluto mi divertì di più e fu l’unico momento dell’intera vacanza in cui sentii la mancanza, quasi la necessità fisica, di essere su una moto. Poche strade sarebbero state più adatte e divertenti di quella. C’era la possibilità di fare lunghi curvoni, ampia visibilità, facilità di sorpasso, quasi costantemente su marce alte. 
E mentre sognavo le pieghe morbide e precise su una naked giapponese, vedemmo il cartello per Caltagirone, e il grande comune arroccato su una collina. 
Era lì, isolato da tutti, a sovrastare la campagna siciliana senza vicini per decine di chilometri di distanza. 
Il paese in sé è sicuramente una destinazione come tante altre, famosa in particolare per le sue ceramiche e la sua bellissima scala, con ogni gradino decorato da piastrelle diverse, ma mi fece piacere vedere tutti i luoghi descritti e raccontati dai miei nonni, la loro scuola, la piazza del mercato, il Duomo, le vie, i bar, vedevo qualcosa che già conoscevo, che avevo immaginato centinaia di volte, e che ora finalmente diventavano reali.

Fare la scalinata da 142 gradini fu la tortura definitiva per i nostri polpacci e quadricipiti, ma dalla sua sommità si poteva vedere un panorama stupendo. Tra i muscoli malandati, il caldo delle 2 del pomeriggio e la lunghezza della scala, arrivammo in cima a stento e con il fiatone.

Scendemmo dopo le foto di rito ed entrammo in un piccolo alimentare dove facevano il pane "cunzato” (condito). Ci accolse una signora solare e sorridente, e dopo i primi convenevoli mi guardò, guardò Laura e disse: “Lei signorina non è di queste parti, da dove venite? (dandole del voi) Mentre il ragazzo è sicuramente di qua, si vede lontano un chilometro.”
Laura sgranò gli occhi, si girò verso di me incredula: “Ma scusa! Non hai nemmeno aperto bocca, ma come fa a saperlo?”
Sorrisi: “Si signora, proprio di qua, i miei nonni sono venuti via da Caltagirone a diciott’anni e si sono trasferiti a Milano. Ascolti, come vede ho qui con me questa palla al piede milanese doc, le volevo far assaggiare il pane cunzato, quello autentico, e poi non ha mai mangiato i fichi d’India, ho visto che sono fuori, non è che potrebbe sbucciarne uno?”
Sgattaiolò fuori dal bancone e bofonchiò sorridente: “Signorina se viene in Sicilia deve mangiare per forza un fico d’India, se no cosa è venuta a fare?”
Prese un coltello nascosto tra la frutta, aprì il frutto e lo passò a Laura, che incerta lo assaggiò. Lo sguardo le si illuminò, cercò di capire a quale sapore o consistenza assimilarlo, ma non ne trovò nessuno simile. Conoscevo molto bene quei sapori, non mi era difficile immaginare cosa stesse provando, la strana consistenza, il succo ricco di sapore, la freschezza dissetante.
Fui contento della sua espressione e adesso sapevo che potevo anche esagerare e calare l’asso, feci l’occhiolino alla signora dell’alimentare: “Sa signora che Laura non ha mai mangiato nemmeno i nostri pomodorini sott’olio?!”
Laura mi guardò con uno sguardo terrorizzato e in una certa percentuale disperato, oltre che imbarazzato. Anche lei, come me, non ama il sapore dei pomodori freschi. Tentò di rifiutarsi, ma la signora fece finta di non sentire e preparò un piattino con tre/quattro pomodorini, grondanti di olio. Laura mi guardò infuriata, ma la tranquillizzai: “Vedrai, quando me li fa mia nonna ne mangio a tonnellate. Fidati, gnutta e taci (mangia e stai zitta, in dialetto siciliano)”

Pensava che stessi scherzando per farle un brutto scherzo, così la anticipai e ne mangiai due. Erano proprio buoni. Così si fece coraggio e li assaggiò. Le piacquero così tanto da volerli mettere anche nel pane che la signora ci stava preparando e che sarebbe stato farcito anche con: prosciutto cotto, scaglie di provola locale, litri e litri di olio extravergine di oliva (tenuto in una bottiglietta di Fanta perché era della produzione privata della signora, direttamente dai suoi ulivi) e infine i pomodorini. Quella ciabatta sarà pesata più di mezzo chilo. Ce la impacchettò con la stagnola e ci fece il conto. Mangiammo quel panino qualche ora dopo, lungo la strada verso la nuova meta, mentre il Sole tramontava e l’olio gocciolava ai nostri piedi.

Continuammo a girare per le botteghe di artigiani che lavoravano la ceramica, veri e propri artisti, modellavano, dipingevano e rendevano unici i piatti e i vasi che passavano tra le loro mani. Tutto sembrava delicato e quasi magico in quei piccoli e brulicanti negozietti pieni di oggetti, tanto da doversi muovere adagio, in punta di piedi, silenziosamente, per non disturbare gli artigiani e la bellezza delle loro opere.

Acquistati i souvenir di ceramica lavorata a mano decidemmo di sederci in piazza per bere qualcosa di fresco, proprio di fronte alla scalinata e al municipio. Sembrava una scena di Baarìa di Tornatore.
Laura si fece consigliare uno spritz al melograno (che risultò poi imbevibile per i suoi gusti) mentre io ordinai una bibita gassata al mandarino verde, che avevo visto in vetrina e che mi aveva incuriosito. Quando arrivò aveva un color fluo, quasi come il plutonio dei Simpson, le goccioline di condensa scendevano lungo la bottiglietta come in uno slow-motion. Versai la bibita nel bicchiere con il ghiaccio, e tutta l’anidride carbonica si scatenò, producendo piccolissime bollicine che schizzavano fuori dal bicchiere. Quando la sorseggiai le papille gustative esplosero. Era frizzante, pungente, aspra, dolce, acidula, una sorta di fusione tra l’acqua tonica, la Lemonsoda, la Fanta e la Sprite, ma con le bollicine più fini, simili a quelle di uno spumante. Era strana forte, ma ne andai subito matto. Ne ordinai un’altra appena dopo aver finito la prima.

Caltagirone doveva essere la visita più “anonima” tra le mete di quel viaggio, e invece fece conoscere a Laura i fichi d’India e i pomodorini sott’olio, e a me quella strana bibita gasata (che solo più tardi scoprii venduta esclusivamente in Sicilia). Ero contento di aver aver visto una cittadina che così tante volte avevo cercato di immaginare, senza riuscirci a pieno.
Feci una video-chiamata ai miei nonni proprio davanti alla scala (per fargli una sorpresa gli avevo detto che non sarei riuscito a passare dal loro paese natale) e quando mi videro lì, in mezzo a tanti loro ricordi d'infanzia, si emozionarono e come prevedibile iniziarono a farmi la lista dei parenti che potevo andare a trovare e a conoscere... ma era già tardi, dovevamo andar via.

Ripartimmo subito dopo, impostando sul navigatore la nuova meta: Agrigento.

Ero proprio contento. Avvolto nei miei pensieri mi accorsi che avevo un sottile ghigno stampato in faccia. Quella vacanza era perfetta. Ci muovevamo quando avevamo voglia, mangiavamo quando capitava, camminavamo sempre, eravamo stanchi, stanchi morti, ma continuavamo a muoverci per scoprire cosa ci avrebbe riservato la destinazione successiva e chi ci avrebbe fatto conoscere. Eravamo affamati di conoscenza per l’ignoto.

Arrivammo ad Agrigento al calar del Sole, una città al primo impatto grigia, vecchia, con grossi condomini di un’edilizia anni ’70, per la prima volta notammo l’immondizia lungo la strada (fu l’unica volta che capitò in tutto il tour per la Sicilia, in nessun’altra città trovammo la spazzatura abbandonata per strada).
Si presentava come una città industriale, simile a Sesto San Giovanni o alla periferia di Torino, ma come sempre in questo viaggio, niente era completamente come appariva.

Arrivammo al b&b, letteralmente a cinque minuti a piedi dalla valle dei templi, salimmo le scale (come sempre senza ascensore, tanto le nostre gambe erano già messe male) e ci accolse alla porta una signora magra, dai capelli corvino riccissimi, sorridente, con un fare quasi da zia. Ci fece entrare in quella che capimmo fosse casa sua. 
Mi ricordava la comica Teresa Mannino, sia per l’estetica che per la parlata nasale e il forte accento siciliano, quando ci disse: “Innanzitutto, benvenuti! – ancora mi commuovo a ripensare alle parole che seguirono – io vi vorrei dire grazie! Davvero, parlo per me, ma anche per tutti gli altri miei colleghi. Grazie che nonostante questo anno così difficile voi abbiate voluto venire qui a trovarci. Ve lo dico chiaramente, ero convinta di dover tenere chiuso. Voi e gli altri ospiti che ci avete scelto, che avete scelto di venire in Sicilia, non state aiutando solo me, ma anche il bar di sotto, il ristorante, la trattoria, il gelataio, il panettiere. Insomma, tutti quanti. Grazie davvero di cuore! State facendo un gesto bellissimo!

Era chiaramente un discorso in parte preparato, ma la naturalezza con la quale lo disse lo trasformò in qualcosa di vero e profondamente sentito, mi voltai e vidi Laura con gli occhi lucidi, pieni di lacrime difficili da trattenere.

“No davvero, non vi commuovete, se no fate piangere anche me! 
Per noi un anno senza turismo vuol dire mettere in ginocchio una regione intera, invece ci state dimostrando che abbiamo fatto bene ad aprire per la stagione. Lo abbiamo fatto con poche speranze a riguardo, ma ci avete fatto ricredere. - mentre diceva queste ultime parole la voce le tremò leggermente, pur mantenendo un dolce sorriso sulle labbra sottili - Il turismo è un dare/avere, voi ci state dando la vostra fiducia e spero che verrà ampiamente ripagata dalle bellezze che la nostra terra ha da offrire. Adesso che siete qui vi faccio vedere la vostra camera, che è nell’appartamento accanto. Sentitevi a casa vostra. Non ci sarà la colazione, ma proprio qui sotto c’è un bar che fa delle ottime brioches. Per qualsiasi consiglio che vi serve io sono qui, mi citofonate, venite a bervi un caffè, mi telefonate, quello che volete, va bene? Domani che fate ragazzi?”
Risposi io, visto che Laura era ancora un fortemente commossa: “L’idea era di andare alla Scala dei Turchi al mare e poi la sera a vedere i templi.”
“Ho capito. Allora, i templi se non avete i biglietti, comprateli su internet, così non rischiate di fare la fila. Tanto il costo è quello, anzi forse un po’ meno. Dovete assolutamente andare a vederli poco prima del tramonto, intorno alle 19, è bellissimo. E da qui li raggiungete a piedi, dieci minuti, guardate, stanno là – indicando fuori dal balcone - Mentre il mare alla Scala dei Turchi non è un granché, ci vanno i turisti a farsi le foto, ma io vi consiglio Giallonardo, è più appartata. è la mia spiaggia preferita, io sempre là vado. Mi porto il mio libro, a Maggio, Giugno è un paradiso. Andate lì che vi piacerà. La Scala dei Turchi, è di passaggio, vi fate due selfie e poi date retta a me, andate a Giallonardo, così ve ne state tranquilli e il mare è anche più bello.”

Quella sera andammo in centro un po’ controvoglia, non avevamo molte aspettative, visto come si era presentata la periferia. Ci era subito sembrata una città trasandata, e invece la zona pedonale del centro era di tutt’altro aspetto. Alti palazzi antichi, scalinate a destra e sinistra, chiese, le case sembravano incastrate una accanto all’altra, altezze diverse, strade in salita, era strana. Non riuscivo ad etichettarla, non riuscivo a capire se mi piacesse o meno.  Un mix non ben definito. Però era viva. Cantanti a ogni angolo, locali con i tavolini sulle scalinate con la musica di sottofondo, gente che passeggiava per il centro, negozi di abbigliamento aperti, era piacevole. Camminammo molto, moltissimo e quando fummo davvero stravolti tornammo in camera, ancora sazi grazie al pane cunzato di Caltagirone mangiato nel tardo pomeriggio.

Il giorno seguente eravamo a pezzi. I muscoli delle gambe erano duri come pietre, i polpacci bruciavano e anche gli abduttori ormai erano allo stremo. Il risveglio fu traumatico, ci faceva male tutto. Troppe salite, troppe scale, troppi chilometri, troppo di tutto. Ma non riuscivamo a farne a meno, non riuscivamo a rallentare o a fermarci, era tutto troppo bello.

Ci dirigemmo alla Scala dei Turchi, una grande scogliera completamente bianca che si tuffava nel mare, consapevoli che era stata recintata, vietata la salita e lo stazionamento su di essa perchè pericolante. Lungo la strada vidi una pasticceria abbastanza grande, accostai, dovevamo fare colazione, comprare il pranzo, la merenda e gli spuntini vari. Entrammo nel posto dove mangiai i dolci da forno alla ricotta più buoni del viaggio. Il locale era grande e un po’ spartano, ma nelle vetrinette c’era tutto ciò che amavo. Bomboloni ripieni di ricotta, di cioccolato, di crema, panzerotti, cassatelle, sfogliatelle, code d’aragosta, arancini, pizze, panini, focacce, cannoli, pasticcini, cassate… era il paradiso!
Io presi: un bombolone alla ricotta e un cannolo (colazione leggera), poi pizza, un calzone al salame piccante e un altro dolce alla ricotta per il pomeriggio.

Arrivati a stomaco pieno alla Scala dei Turchi scendemmo le comode ma lunghissime scale in legno ed entrammo in acqua fino al ginocchio per fare le foto alla scogliera. Era ghiacciata. Non semplicemente fredda, no, potevano nuotarci i pinguini lì dentro, e forse avrebbero avuto freddo anche loro.  Era così fredda che sentii freddo a tutto il corpo, nonostante i già 30°. Però quanto ringraziavano le mie gambe!  Rimasi così, fino a quando non iniziai a sentire dei formicolii ai piedi. La sera prima la signora aveva avuto ragione, la spiaggia era carina, ma non ne sentivo l’anima verace, ormai troppo turistica e il mare, seppur bello, era troppo freddo per pensare di farci un bagno.

Ci dirigemmo verso Giallonardo e ci trovammo in un piccolo paese di villeggiatura sul mare. Niente di tipico, di rurale, potevamo essere in Abruzzo come in Calabria, ma la spiaggia era mezza deserta, ampia, ariosa, selvaggia, del colore del grano al Sole. Stendemmo tutti i nostri averi (facendo anche una piccola gag su Tik-Tok che superò le 56.000 visualizzazioni) e ci tuffammo in mare. Passammo la giornata così, senza fare nulla.

Durante una delle mie solite camminate sul bagnasciuga (non contento di tutti i chilometri che già avevamo fatto nei giorni precedenti) mi accorsi che sopra delle rocce, che sorgevano in mezzo all’acqua, era stata affissa una statua della Madonna, rivolta verso il mare, dedicata a tutti i marinai. La raggiunsi e rimasi un po’ lì, con lei, a contemplare il mare e il mio amore per lui.
Non saprei spiegare da dove nascano le sensazioni che mi provoca il mare, sono viscerali, da sempre saldamente avvinghiate alla mia anima, sin da quando ne ho memoria. Se dovessi esprimere solo con una parola il significato di “libertà” io direi “mare”, e se dovessi esprimere con una sola parola cos’è il mare, risponderei allo stesso modo, semplicemente, libertà.

Mi piaceva quel posto, non c’era niente, solo noi, ma era esattamente quello che cercavo.

Verso le 17, con il Sole ancora alto, lasciammo la spiaggia. Per un motivo o per un altro non riuscivamo mai a goderci una giornata piena di spiaggia, ma questa volta avevamo una giustificazione più che valida: la visita alla Valle dei Templi di Agrigento.

Avevo sempre immaginato quel posto come una collinetta, qualche colonna, dei pezzi di statue e via, ma quando mi soffermai ad osservare la mappa presente all’ingresso notai che all’interno del sito archeologico c'erano in realtà quattro templi, dedicati a Giunone, alla Concordia, a Ercole ed infine a Giove, il tutto dislocato in circa due chilometri di percorso. Ci vollero più di tre ore per visitare tutto! Altro che collinetta con queattro colonne sgangerate...
Ancora una volta, la proprietaria del b&b aveva avuto ragione, il tramonto tra i monumenti fu davvero suggestivo, tutto intorno a noi si infuocò di colori caldi, vivi, impossibili da immortalare con i telefonini.
Il Sole si stava lentamente abbassando, inizialmente conferendo alle colonne dei monumenti una tonalità di giallo ocra, per poi scendere fino all’arancio e al rosso, con il passare del tempo.
Tramontò rapidamente e i reperti improvvisamente tornarono a risplendere di nuova vita, bianchi, luminosi, galleggiavano nel buio della sera, grazie a un sistema di illuminazione perfettamente studiato, che faceva risaltare solo i monumenti, come entità eteree.
A parte le rovine, che si commentano da sole tanto sono belle e suggestive, mi stupì la gestione e l’organizzazione di quel sito. Era tutto impeccabilmente in ordine, gli inservienti intimavano di tenere la mascherina a chiunque la abbassasse, tutto era pulito, curato, il servizio di navetta per gli anziani e i disabili, giovani laureati che facevano le guide, i sentieri ampi e omogenei. Fui orgoglioso di vedere che non è vero che tutto ciò che c’è al Sud non funzioni o venga lasciato in rovina. La Valle dei Templi dovrebbe essere d’esempio e dovrebbe essere vanto non solo per Agrigento, ma per tutta la Nazione. Uno spunto da seguire per tutte le altre realtà, ma purtroppo, come ben sappiamo, fa più notizia e clamore parlare di ciò che non va, rispetto a ciò che funziona. 


        Valle dei Templi - Agrigento - Sicilia

Tornammo in camera davvero stravolti, non eravamo più in grado di recuperare dalla stanchezza che si accumulava, e non avevamo molte alternative, dovevamo andare in centro a mangiare qualcosa.

Era il 14 Agosto, e avevamo deciso di soggiornare in quella data ad Agrigento volutamente, perché volevamo vedere i fuochi artificiali, le feste, le sagre tipiche siciliane, ma scoprimmo che non avremmo trovato nulla di tutto questo, le regolamentazioni anti-Covid avevano vietato tutte le forme di assembramento, quindi anche i festeggiamenti erano stati annullati. Insomma, non avevamo molti stimoli ad andare fino in centro per cenare. 

Volevo solo del ghiaccio da mettere sulle gambe, ma quello che avevamo non si era ancora ricongelato, e ci serviva per tenere le cose in fresco nella borsa frigo il giorno dopo.

Ci trascinammo stanchi e affamati fuori dalla camera fino in centro. Non avevo idea di dove potessimo cenare, c’erano tutti ristoranti dall’aria fighetta e curata, quindi uno valeva l’altro, non avrebbe comunque fatto per me. Io volevo sagre, pentoloni unti gestiti da sagge nonnine, friggitrici trentennali, carne alla brace, fumo, vino fatto in casa, odori, sapori, estasi, ma inutile illudersi, non avrei trovato nulla del genere.
Per questa ragione lasciai libera scelta a Laura, a me, questa volta, non importava.
Il mio atteggiamento, la stanchezza fisica e mentale e la fame fecero innervosire improvvisamente Laura, anche lei troppo stanca per prendere una decisione sul posto migliore dove fermarsi. Fu l'unica volta in tutto il viaggio che perse la pazienza, eravamo stanchi e qualsiasi scintilla avrebbe facilmente potuto innescare un incendio. Fortunatamente con lei le diatribe durano sempre molto poco e anche questa si spense in pochi minuti, consapevoli entrambi che era la fame e la stanchezza a parlare al posto nostro. 
Alla fine, entrammo in un ristorante molto elegante che serviva piatti della tradizione. Lo ricordo molto bene perché fu il ristorante in cui mangiai peggio in tutta la vacanza. Questa ossessione di voler innovare la tradizione a tutti i costi, se non viene fatto con cura, rovina piatti che hanno secoli di storia. Io ordinai un piatto di pasta con le sarde. Il finocchietto selvatico era stato trasformato in un pesto amaro, le sarde non erano state saltate con la mollica di pane e l'aglio, l’insieme era un pastone con un’unica consistenza, amaro, troppo vegetale al palato, senza contrasti. Lo lasciai a metà (e chi mi conosce sa che non lascio mai il cibo, per rispetto ed educazione) e ordinai il dolce, per togliere quel sapore dalla bocca, per dimenticarmi il prima possibile dello scempio che era stato fatto a una delle ricette cardine della Sicilia.

Era quasi l’una di notte quando tornammo in camera.

Il giorno dopo avremmo dovuto fare rotta verso Mazara del Vallo, avevamo pensato di fermaci a metà strada e mangiare in qualche ristorante sul mare. Però al risveglio, parlando con Laura, decidemmo di tornare a Giallonardo e passare la giornata lì. Non avevo voglia di trascorrere la mattinata alla ricerca di un ristorante che probabilmente avremmo trovato pieno. Era Ferragosto, e lo volevo passare in spiaggia, con la gente del posto, mangiando un panzerotto e bevendo una birra buttato sulla sabbia. 

Ci fermammo nella pasticceria del giorno prima comprando di tutto e andammo al mare. Era molto presto, circa le 8.30, intorno a noi il vuoto. Laura mi guardò e mi disse contenta: “Oggi saranno tutti al ristorante! Ci godremo la spiaggia tutta per noi.” 
La guardai sorridendo: “Si, si, certo… aspetta un paio di ore e poi vediamo…”
Come previsto intorno alle 10.30 iniziarono ad arrivare le prime famiglie, cariche di borse frigo, tavolini pieghevoli, sedie, gazebi, borse della spesa stracolme di cibarie varie. Laura guardava incredula, di colpo ci trovammo circondati come in una piazzola di un campeggio.
Guardai una famiglia che arrivò con quattro borse frigo, di quelle rigide, poi mi voltai verso il nostro zainetto, tanto pieno di cibo da chiudersi a fatica e infine mi rivolsi a Laura, imitando Checco Zalone: “Questa non è la felicità! Quella è la felicità! Io qui a fare la fame con solo due trancetti di pizza, due panzerotti, cannoli, bomboloni, e guarda lì! Hanno pure il caffè shakerato! Le zucchine alla griglia, il polpettone, l’insalata di riso, le birre gelate, persino l’amaro! Non farti vedere che se no capiscono che siamo del Nord.” 
Lei aveva ancora gli occhi sgranati per l’organizzazione che vedeva, le tavole venivano apparecchiate di tutto punto, i gazebi montati in pochissimi istanti, tutti sapevano cosa dovevano fare alla perfezione.
Intorno alle 16 sbaraccammo tutto e ci avviammo verso Mazara del Vallo in un misto di malinconia per la spiaggia che stavamo lasciando e di curiosità per la nuova città.

Contrariamente alla strada tra Noto, Caltagirone e Agrigento, questa era tutta a due corsie, senza curve e per molti tratti affiancata dal mare ma sempre dritta, monotona, noiosa. Il tragitto mi sembrò più lungo, quell’ora e mezza mi sembrò durare molto di più, anche per via della stanchezza. 
Però eravamo sereni, accompagnati dalla musica che avevamo accuratamente scelto, dal Sole, dall’aria densa che entrava dai finestrini completamente abbassati. Ogni tanto mi giravo a guardare Laura, aveva sempre un’aria serena, proprio come me, sorridente e appagata.

Ma presto sarebbe successo qualcosa che avrebbe destabilizzato quella serenità e segnato il resto del viaggio... e non solo.

 

(a seguire  Capitolo 8 – La Kasbah più vera)

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