Il Lupo

Lupo

Era la prima volta che vedeva quegli occhi.
Ma non era la prima volta che incrociava quello sguardo. Fiero e malinconico, rabbioso e calmo, lo sguardo di chi vorrebbe la libertà ma si ritiene incatenato. Agghiaccianti occhi color paglia che fissavano le nuvole e gli uccelli che volavano liberi. E lui lì, dietro le sbarre.
Apparentemente incurante di chi avesse davanti, intento ad immaginarsi altrove.
Non come uno sbadato sognatore o come un romantico dell’Ottocento ma come chi arde di rabbia celandola dietro a sangue freddo e pazienza.
Quello sguardo esprimeva consapevolezza. Sapeva dove si trovava e dove voleva essere. Cosa voleva essere.
Non degnava nessuno del suo sguardo. Le persone che gli stavano intorno e lo osservavano erano solo ostacoli che non gli permettevano di vedere le montagne in lontananza. E per questa ragione lo infastidivano. Era la prima volta che vedeva quegli occhi. Era la prima volta che vedeva un lupo. Ma non era la prima volta che incrociava quello sguardo. Lo aveva già scrutato nel corso della sua vita. Lo scorgeva riflesso nello specchio ormai da molti anni.
Era quasi in soggezione davanti a quell’animale. Avrebbe voluto entrare in sintonia con lui, sedergli accanto, accarezzare la sua morbida pelliccia e dirgli: “Lo so…ti capisco”.
E così capì veramente. Smise di fissare il lupo. Quel folto pelo grigio che nascondeva la muscolatura delle zampe, il muso affusolato, le narici che si aprivano a ogni scia di profumo che solo lui riusciva a cogliere, le orecchie che si muovevano in direzione di rumori che nessuno dei presenti avrebbe mai potuto udire, il torace che si allargava e restringeva regolarmente, quasi in modo ipnotico. Capì.
Si voltò e iniziò a guardare le cose che stava osservando lui, cercando di vederle come le stava vedendo lui. Il cielo si fece lentamente più luminoso e allo stesso tempo più turchese. Un mare piatto dove nuotare liberi, nel quale pescare sereni, sopra ad una piccola barca a remi che fluttuava sulle basse onde, sentendo il rumore lieve della marea che avanzava.
Non vide più degli uccelli volare ma persone spensierate e sorridenti che camminavano nel sentiero di un parco. Senza compromessi da rispettare. Le montagne non furono più cumuli di rocce e terra. Erano singoli ed eterni alberi, distese di prati dove lanciarsi in corse rigeneranti, ruscelli dai quali bere l’acqua più buona e dissetante dell’intero pianeta, terriccio umido dove affondare gli artigli sentendone il profondo profumo, ogni giorno diverso, rocce sulle quali scaldarsi al sole, brezza da respirare a pieni polmoni. Era casa sua.
Si perse in questi pensieri per alcuni attimi, che poi divennero minuti. Si accorse come anch’egli iniziò a perdere la cognizione delle persone intorno a lui. C’era chi arrivava e chi andava via, bambini capricciosi che urlavano, ragazzi che facevano gli sbruffoni per compiacere qualche coetanea, uomini al telefono che passavano via dritti parlando di lavoro senza degnare di un’occhiata quello che accadeva intorno a loro.
E come il lupo, anche lui rimase infastidito da tutto questo. Lo distoglievano dai suoi pensieri, dalle sue visioni, dai suoni che realmente contavano. Uno di questi rumori lo destò definitivamente dai suoi viaggi mentali. Sorrise. Si voltò e si accorse che l’animale si era accovacciato su una pietra. Aveva le zampe anteriori incrociate e su di esse aveva appoggiato la testa. Aveva chiuso gli occhi, sognando di essere altrove.
Prese il cellulare e fece alcune foto.
La sera a casa avrebbe scelto la più bella e l’avrebbe impostata come sfondo del computer.
Era ora di andar via. Stava quasi finendo la pausa pranzo. Doveva tornare a lavoro.
Passò parte del pomeriggio in ufficio pensando a quell’episodio e si convinse che in fondo non sarebbe stato male trascorrere altri pranzi allo zoo, avrebbe potuto comprare un trancio di pizza e una bibita, sedersi su una delle panchine vicino alla gabbia del suo nuovo amico e mangiare in sua compagnia, magari prendendo anche un po’ di Sole, che non fa mai male. Stava ormai tramontando e decise di spegnere il pc e di avviarsi verso casa. Non trovò molto traffico lungo la strada. La sua attenzione venne catturata da qualche nota di una canzone che passava alla radio. Il volume era abbastanza basso ma conosceva molto bene quel ritmo, e quelle parole.  Era una canzone che aveva ascoltato molte volte in passato, durante la sua adolescenza. Ormai era arrivato a casa, ma rimase in auto e aspettò la fine dell’ultima strofa: “Before it is too late.” Prese il pc portatile e varcò l’ingresso del palazzo dove abitava. Una volta sull’ascensore e dopo aver premuto il tasto del sesto piano si rese conto che era un po’ troppo distratto. Non aveva controllato la posta, non aveva visto se c’era il portiere, non si ricordava nemmeno se nel tragitto dall’auto all’ascensore avesse incrociato qualche vicino, che probabilmente aveva dimenticato di salutare. In realtà non ricordava nemmeno se avesse chiuso l’auto. Din don. L’ascensore era arrivato al piano desiderato e si aprirono le porte.
Quanto gli piaceva esser tornato a casa. Era un appartamento formato su misura per le sue esigenze. Aprì la porta. Un leggerissimo profumo di incenso lo accoglieva ad entrare.
Pavimento in parquet su tutta la casa emanava calore e tranquillità. Ha sempre amato il legno, specialmente il noce. Sui muri verniciati con colori tenui aveva appeso in modo quasi casuale le foto che gli piacevano maggiormente. Erano istanti intrappolati che celavano storie, aneddoti, semplicemente ricordi. C’erano le foto con gli amici, quelle con i parenti ubriachi, le foto della Patagonia, quelle in Messico, quelle in Tailandia.
Appoggiò il pc a terra, e iniziò a spogliarsi. Le scarpe nella scarpiera, la camicia in lavatrice, i pantaloni sulla testata del letto. Prese i pantaloncini e accese lo stereo con quattro cd e la funzione random. Partì Bob Dylan, andava bene. Si diresse nella stanza accanto alla camera da letto. Avrebbe dovuto essere la stanza per un eventuale figlio o come studio ma la aveva trasformata nel suo angolo privato.
Misurava all’incirca quattro metri per quattro. Muri color arancio, su una parete una sua amica aveva dipinto delle palme e un tramonto sul mare con una tecnica molto particolare, usò solo sfumature di nero ma l’effetto lo sorprendeva ogni volta. Sulle altre invece le immancabili foto dei paesaggi. Una cartina con le puntine su tutti i luoghi che aveva visitato. Nel centro della stanza sorgeva come un obelisco il sacco da pugilato, subito dietro la panca con i pesi, nell’angolo un comodino con varie tipologie di incenso e una fontanella zen che funzionava a corrente. Fece un po’ di stretching e poi iniziò gli esercizi. Qualche peso per i bicipiti, un po’ di colpi al sacco da boxe, corda, piegamenti per i pettorali, addominali e ancora sacco. Le ultime raffiche erano le più violente, scaricava tutta la noia o lo stress accumulato durante il giorno su quel bersaglio inerme. Ormai provato e stanco alzò il volume della musica, si avviò in bagno, accese l’acqua calda della doccia e quando il vapore riempì la stanza si immerse sotto quel getto così gradevole. Dopo aver finito, essersi asciugato e aver indossato una comoda tuta, si distese sul divano della sala. Lo aveva comprato qualche anno prima, una comoda chaise longue color magenta sulla quale tante volte si era addormentato durante un film o una serie tv. Si distese fissando il vuoto, gli piaceva l’effetto della vernice con un velo di glitter che aveva dato sui muri, gli piaceva ancora di più vedere il gioco di riflessi che creava la luce della lampada di sale nepalese che aveva acquistato ad una fiera. La vernice così fredda e la lampada così calda creavano un’atmosfera dalle mille sfumature. Senza accorgersene i suoi occhi erano fissi su una delle tante fotografie appese ai muri. Un gruppo di quindici/venti ragazzi si abbracciavano felici in una notte d’estate. Era una foto scattata a cavallo tra il 2013 e il 2016, l’anno preciso non se lo ricordava, ma quell’immagine significava molto per lui. Quella foto iniziò ad animarsi nella sua mente sotto forma di ricordi sconnessi. Esaminò le espressioni di tutti i presenti.
Leggeva nei loro occhi solo spensieratezza, felicità, divertimento, voglia di vivere e di farlo insieme. In un attimo fu di nuovo su quella spiaggia, con i piedi affondati nella fine sabbia ormai fredda, si voltò e vide il mare piatto, il riflesso della Luna alta sull’orizzonte, il fruscio dell’acqua che si scontrava contro le fila di scogli. Da quanto tempo non si sentiva così sereno. Sentì una musica in lontananza, una hit da discoteca, cercava di ricordarsene il ritmo e la melodia, la percepiva appena, sepolta da cumuli di altri ricordi, sapeva che c’era e che se la sarebbe ricordata, ma non ci riuscì. Luci stroboscopiche, si voltò e vide lì tutti i componenti di quella foto che ballavano e che si divertivano. Una ragazza dai lunghi capelli neri corse verso di lui con una flûte in mano, lo prese sottobraccio e iniziò a ballare con lui, fece tre/quattro giri e poi se ne andò, esattamente come era arrivata. Alzò la testa, un ragazzo alto e magro gridò il suo nome e gli fece cenno di avvicinarsi ad ampie bracciate, incitandolo di muoversi, erano tutti in posa aspettando lui. Corse verso il gruppo di ragazzi, si posizionò in mezzo a loro e tac, la fotografa scattò e immortalò quell’immagine per sempre. Quella stessa immagine che oggi era affissa alla sua parete.
Si alzò dal divano e uscì sul balcone a fumarsi una sigaretta. Intorno a lui alti palazzi grigi, qualche finestra illuminata e poche ombre dietro le tende si muovevano alla rinfusa. Guardò il cielo, quel piccolo spiraglio ritagliato tra i tetti dei condomini, si sforzò, ma non vide nemmeno una stella. Dalle altre abitazioni gli giungevano grida, litigate, televisioni a volume troppo alto. Tutto intorno a lui lo irritava. Gettò la sigaretta ancora a metà, e torno in casa, chiudendosi quel caos alle spalle.
I giorni passavano tutti uguali, nelle loro routine. Il tragitto per l’ufficio, le mansioni a lavoro, i discorsi con i colleghi, le discussioni con i capi, il ritorno a casa.
La sua vita era così, un continuo susseguirsi di giornate identiche tra di loro.
Solo il pranzo gli donava un po’ di pace e serenità, quando andava allo zoo e si sedeva vicino alla gabbia dei lupi. Cercava di immaginarsi a cosa potessero pensare quegli animali tanto affascinati.
Adorava la contraddizione che caratterizzava quei mammiferi, tanto belli, sensuali ed eleganti, quanto letali, feroci e senza scrupoli.
Si sentiva esattamente come loro, chiuso in un’ampia gabbia, che gli permetteva di guardare fuori, di sedersi su una calda roccia, di camminare qualche metro, ma nulla più. La sua vita era delimitata da invisibili sbarre che nessuno poteva scavalcare. E sarebbe stata così per sempre.
Si sentì soffocare, letteralmente. Allentò convulsamente la cravatta, slacciò alcuni bottoni della camicia, bevve un sorso d’acqua, era terrorizzato da quell’immagine, stava sudando freddo, alcuni brividi gli si allungarono lungo la schiena.
Fece dei respiri profondi, poi sempre più lenti, fino a calmarsi.
Doveva evadere da quella gabbia, doveva trovare il modo di tornare a respirare.
Alzò gli occhi verso il Sole accecante, poi li abbassò e vide una grossa figura sfocata, buia, che incominciò a definirsi un po’ alla volta. Erano le montagne.
Ma certo! Ecco la sua risposta, si voltò verso il lupo, e poi tornò a guardare le montagne.
“Comprerò una tenda, un sacco a pelo, e tutto il necessario per passare una notte in montagna, dove vivevi tu, caro amico mio. Così tornerò a respirare, libero, come facevi tu.”
Non pensò ad altro tutto il giorno, e il giorno dopo, e quello dopo ancora.
Passava ore sui siti specializzati per capire quali fossero le attrezzature necessarie per iniziare, quali marche le più adatte, dove poterle comprare, cercò recensioni per confrontare i vari materiali e, infine, formulò una lista di quello che gli serviva.
Doveva iniziare dalla tenda, poi dal sacco a pelo e da materassino, gli serviva inoltre uno zaino per portare tutto, delle scarpe adatte, calze, e così via.
Si sentiva un bambino che prepara la letterina da spedire a Babbo Natale.
Il week end avrebbe comprato tutto, e la settimana dopo, all’alba, sarebbe partito per il suo week end in montagna.
In montagna, giusto, ma dove andare? Dapprima rallentò il suo entusiasmo, poi si rispose che non importava. Sarebbe andato fin dove poteva arrivare con l’auto, poi avrebbe continuato a piedi, e avrebbe campeggiato dove più gli sarebbe piaciuto in quel momento.
Era giunta l’ora di spezzare le sue catene, basta scelte preconfezionate, sarebbe stato libero di farsi guidare dall’istinto.

Ora i giorni passavano veloci, intento com’era a stampare le cartine topografiche della zona in cui si sarebbe diretto, a cercare l’offerta o il punto vendita più vicino dove acquistare le attrezzature necessarie. Non lasciò nulla al caso.
Anche l’attività fisica che faceva a casa mutò, divenne più intensa, straripante, sprigionava energia pura.
Sabato mattina la sveglia suonò alle 7.30, ma lui era già sveglio nel letto da un po’, eccitato per gli acquisti che avrebbe fatto all’apertura dei negozi.
Sapeva dove andare, sapeva cosa comprare. Era pronto.
Trepidante come una ragazza che stava per ritirare l’abito per il ballo di fine anno, si avviò verso il centro commerciale specializzato in articoli sportivi.
Comprò la tenda in fantasia camouflage e la giacca a vento abbinata, scarponcini waterproof che riparavano la caviglia, sacco a pelo adatto a temperature fino a -10°, maglietta termica, berretto, guanti, calze lunghe fino a sotto il ginocchio, morbide e calde da ricordargli un maglione in cashmere.
A ogni scaffale, il carrello veniva riempito di qualcosa, ai sui occhi, indispensabile.
Mentre la cassiera passava gli articoli sopra il lettore a codice a barre, a ogni bip, il cuore batteva sempre più velocemente, euforico e quasi incredulo per quello che stava facendo.
A casa indossò tutte le cose che aveva comprato, vestito di tutto punto, si guardava allo specchio e si piaceva, si sentiva protetto da quegli indumenti, comodo, rassicurato.
Impaziente, aprì anche la tenda e iniziò a montarla nel salotto, per essere sicuro di capire le istruzioni e non commettere errori una volta arrivato tra i boschi.
Era felice come non lo era da molto tempo.

I giorni a lavoro passavano normali, sempre uguali, ma lui si sentiva addosso una luce e una forza nuova. Aveva già preparato tutto per la partenza di sabato, anche se mancavano ancora tre giorni.
Infine, arrivò venerdì sera, timbrò il cartellino alle 18.00 e tornò a casa.
Aveva puntato la sveglia alle 4.00, così decise di andare a letto alle 21, ma era troppo agitato, non riuscì ad addormentarsi, se non molte ore più tardi.
Si svegliò sopraffatto, stordito dal suono fastidioso proveniente dal cellulare: bi-bip, bi-bip, bi-bip, bi-bip. Lo spense ancora frastornato e si diresse in bagno a lavarsi la faccia.
Una mezz’ora dopo scese per strada, infilò lo zaino in auto e partì.
Era ancora buio, c’erano le stelle, ne vedeva poche, ma sapeva che c’erano, faceva freddo, tanto da dover accendere per qualche attimo il riscaldamento del sedile. Quasi giunto a destinazione, un fragile raggio puntò lo specchietto retrovisore dell’auto, infastidendolo. Guardò e vide che stava riflettendo il Sole che sorgeva proprio in quell’istante.
Parcheggiò, prese l’occorrente e si avviò per i sentieri tracciati, seguendo i cartelli bianchi e rossi che indicavano la direzione da seguire. Sull’erba c’era ancora un po’ di rugiada, che evaporava delicatamente non appena veniva sfiorata dai lucenti raggi solari.
Camminò in mezzo ad alti e possenti abeti, poi decise di abbandonare il sentiero per trovare un posto appartato dove piazzarsi per la notte. Trovò, dopo aver percorso cinque ore di cammino, un piccolo spiazzo pianeggiante immerso nella foresta di conifere. Da lì aveva la visuale su tutta la vallata, sovrastava il Mondo, era il padrone di quella montagna.
Prima che il Sole tramontasse alle sue spalle, accese un fuoco, circondandolo da grossi sassi per renderlo sicuro. La Luna spuntò poco dopo, con lei le tenebre e il freddo. Lo percepiva sulle guance, sulla fronte, sulla punta delle dita, ma in realtà il suo corpo era al caldo, protetto dagli indumenti che aveva acquistato. Rimase così, accanto al fuoco, cenando con pasta disidratata al pesto, comprata al supermercato.
Alzò gli occhi al cielo, come aveva fatto qualche sera prima sul balcone, e si trovò davanti uno spettacolo unico, che non aveva mai visto prima. Milioni di stelle riempivano lo riempivano, non c’era angolo della volta celeste che non ne fosse invaso. Restò immobile a guardare quei minuscoli puntini luminosi fino a quando un brivido non gli attraversò il corpo, giungendo fino ai capelli. Era arrivato il momento di infilarsi nel sacco a pelo e chiudersi nella tenda.
Dormì bene tutta notte, rimase al caldo e il terreno non fu eccessivamente duro. I primi raggi del Sole stavano rischiarando il cielo, quando avvertì un leggerissimo rumore di rami che si stavano spezzando sotto il peso di qualcuno. Si impietrì. Rimase immobile, per il terrore che fosse un animale selvatico, quando ad un tratto sentì: “Ehi, c’è qualcuno in questa tenda?” era una voce rauca che bisbigliava.
“Si, ci sono io” rispose, e uscì.
Si trovò davanti un uomo sulla cinquantina e un ragazzino di quattordici anni, circa, vestiti con materiale mimetico e con in mano due grossi fucili.
Aveva gli occhi fissi su quelle inquietanti armi da fuoco e non si accorse che l’uomo gli stava parlando.
“Mi ha sentito o no? Lo sai che qui non ci puoi stare? Non hai letto i cartelli che questa è una zona di caccia?”
“N-no, non lo sapevo – balbettò – sbaracco tutto e vado via.”
“Non ti preoccupare, tanto anche noi stavamo per andarcene, però fai molta attenzione la prossima volta, è molto pericoloso!”
“Certo, scusatemi, non ricapiterà. A cosa state dando la caccia? Se posso chiedere.”
“Dipende, a cinghiali o a caprioli, ma oggi non abbiamo beccato niente. Ci rifaremo la prossima settimana.”
D’impeto e senza pensarci, domandò: “Non ho mai cacciato. Potrei unirmi a voi la prossima settimana? Per vedere cosa si prova.”
L’uomo rimase un po’ sorpreso da questa richiesta, fatta in modo così improvviso, da uno sconosciuto.
“Va bene dai, ci vediamo sabato prossimo, al parcheggio qui sotto, intorno a mezzogiorno. Non fare tardi.”
“Non mancherò!”
L’uomo diede una piccola pacca sulla spalla del figlio e si avviarono verso valle.
Il Sole era ormai giunto fino alla sua tenda e gli stava scaldando il viso. Rimase a guardare il panorama e dopo aver pranzato iniziò a smontare tutte le sue cose e a riporle ordinatamente nello zaino. Era stato un week end straordinario nella sua banalità. Si sentiva così libero, euforico per quella sua piccola evasione dal mondo di tutti i giorni. E il seguente sarebbe stato ancora meglio.
La settimana passò lenta.
Durante molti momenti della giornata si ritrovava a fissare il vuoto, o un punto fisso sul monitor del pc. Appena arrivava al lavoro cercava di sbrigare il più velocemente possibile tutte le sue mansioni, in modo da ritagliarsi qualche ora libera il pomeriggio per fare ricerche su internet.
Nessuno si accorse di nulla, tutto il suo operato veniva svolto regolarmente, e sempre senza errori.
Iniziò a cercare blog sulla caccia, su come riconoscere e distinguere le tracce animali, su come posizionarsi. Gli si aprì un mondo a lui sconosciuto.
Alle 11.00 di sabato era già nel parcheggio indicato dal cacciatore. Era presto, lo sapeva, ma per l’ansia di arrivare tardi e l’agitazione per quella nuova esperienza, aveva deciso di partire con largo anticipo. Dopo qualche decina di minuti, iniziarono ad arrivare altri cacciatori e, infine, arrivò anche l’uomo che aveva conosciuto la settimana prima, con il figlio.
“Buongiorno!” lo salutò con un cenno della mano.
Il cacciatore ricambiò il saluto e gli venne incontro, stendendogli la mano: “Buongiorno, domenica non mi sono nemmeno presentato, sono Peter e questo è mio figlio Leo. Allora? Pronto per partire?”
Aveva un’espressione completamente diversa rispetto a quando si erano visti la prima volta, sembrava più sereno, sorrideva, quasi in modo amichevole.
Gli strinse la mano: “Piacere Peter, io sono Alex. Sono prontissimo. Qual è il programma?”
Il piano della giornata era abbastanza semplice, li attendeva una camminata di qualche ora, fino a un rifugio a circa 3.000 metri dove avrebbero cenato e riposato, per poi svegliarsi molto presto, intorno alle 4, per iniziare la battuta di caccia.
“Se hai tutto possiamo partire, strada facendo ti presenterò anche gli altri miei amici.”
Imboccarono il sentiero verso la cima.
Aveva per la mente mille domande, ma preferì tenersele tutte per sé, per non sembrare troppo loquace o invadente.
La compagnia era formata da tutti uomini grossi, dai capelli brizzolati, camminavano con il passo di chi conosce a memoria la strada sulla quale sta poggiando i suoi passi.
Arrivarono al rifugio di rocce formato da un’unica stanza, con al centro una vecchia stufa in ghisa.
Si divisero i compiti, Peter si voltò verso di lui e gli disse: “Mentre prepariamo tutto, vai con Leo a prendere della legna, dietro al rifugio, ce ne servirà parecchia.”
Quando tornò, con le braccia colme di ceppi spaccati, vide che tutti i cacciatori avevano messo i lori fucili sul tavolo, intenti a pulirli con il grasso e degli stracci sporchi. Rimase impietrito qualche istante, poi posò la legna accanto alla stufa e uscì a prenderne dell’altra. Il Sole calò, la stufa era accesa e bruciava avidamente la legna secca al suo interno e ognuno si preparava il cibo che si era portato.
Fu in quel momento che chiese: “Ho visto che prima stavate pulendo i fucili. Come mai lo fate qui?”
Rispose uno dei signori, quello che sembrava il più anziano e anche il più loquace: “Bisogna sempre controllare un’ultima volta il fucile prima di usarlo e quello sarebbe stato l’ultimo momento in cui avremmo avuto a disposizione la luce del Sole. Domani ci alzeremo che sarà ancora buio.”
Intervenne Peter: “Esatto, mi raccomando, domani è importante che segui i nostri passi, cercando di fare meno rumore possibile. È importante. Cercheremo di beccare qualche capriolo.”
Sorrise, e tornò a mangiare la sua cena: zuppa di lenticchie in scatola e pancetta affumicata.
La mattina venne svegliato dai rumori degli altri cacciatori. Avevano tutti puntato la sveglia azionando solo la vibrazione.
Si salutarono con cenni d’intesa, seppur con sguardi ancora fortemente assonnati. Sistemarono tutto il rifugio, come lo avevano trovato, mentre uno di loro fece bollire dell’acqua per preparare il tè.
Alex uscì a bere la sua tazza fumante, il cielo era inondato di stelle, non si era ancora abituato a quello spettacolo celestiale. Rimase incantato da tanta bellezza e si ricordò le lezioni di Filosofia delle superiori, in particolare di Kant e della sua massima “il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”. Probabilmente Kant aveva visto quello stesso cielo quando aveva pensato a quella frase.
Sorseggiò il tè ancora ustionante, mentre gli altri uscirono un po’ alla volta. Erano tutti pronti, e dopo essersi completamente scaldato grazie alla bevanda calda, lo era anche lui.
Partirono.
“Alex – sussurrò Peter – da qui in poi nessun rumore. Se hai bisogno di qualcosa toccami la spalla. Andiamo, dobbiamo fare qualche chilometro prima che sorga il Sole.”
Dopo essersi addentrati nel bosco, vide uno dei cacciatori abbassarsi, raccogliere una manciata di terra e portarsela al naso, inspirando profondamente. Lo imitò.
La terra aveva un odore così intenso, morbido, dolciastro, fresco, al tatto era soffice, asciutta, calda. Gli tornò in mente il lupo. Le sue zampe erano abituate ad affondare in quello stesso terreno. Era in estasi. I cacciatori man a mano iniziarono ad aprirsi a ventaglio, lui era dietro un paio di metri a Peter e poteva vederli tutti.
Improvvisamente un rumore sordo. Si fermarono e si voltarono tutti. Qualche istante, poi ripresero la loro marcia.
Passarono diverse ore, iniziò a sorgere il Sole.
Camminarono ancora e, più proseguivano, più i cacciatori si allontanavano gli uni dagli altri, sempre rimanendo affiancati.
Ormai, intravedeva appena quello più esterno alla sua destra, nascosto dagli alberi.
Un altro rumore, come il precedente. Tutti immobili. Poi un altro.
Boom. Un rumore assordante si levò per aria e scosse Alex, in un tremito improvviso.
Boom. Boom. Boom. Quattro colpi di fucile sparati in rapida sequenza. Poi il silenzio, mentre in aria galleggiava l’odore acre della polvere da sparo. Alex inspirò a pieni polmoni, con il cuore che gli batteva all’impazzata per l’adrenalina.
Un urlo da lontano: “Preso!”
Abbassarono i fucili all’unisono e si avviarono verso il luogo da dove proveniva il grido.
Alex li seguì eccitato.
Per terra, di fronte a lui, un giovane capriolo giaceva con lo sguardo perso nel nulla. Il cuore gli batteva ancora, ma durò solo pochi istanti. Tutti i cacciatori allora iniziarono a sorridere e a darsi delle pacche sulle spalle, poi Peter si voltò verso Alex: “Mi sa che porti fortuna, ragazzo, è proprio un bell’esemplare!”
Uno dei cacciatori tirò fuori dallo zaino delle sezioni di tubo che agganciò tra di loro formando una sbarra di circa un metro e mezzo. Legarono le zampe dell’animale e lo sollevarono, portandolo in due.
“Adesso cosa farete?” Chiese Alex a Peter.
“Lo portiamo nel mio garage, dove dobbiamo togliere le interiora prima che marciscano, poi verrà scuoiato e infine lo macelleremo e lo spartiremo.”
Mentre Peter stava parlando aveva estratto un grosso coltello dalla fondina e si era avvicinato all’animale.
“Se sei debole di stomaco ti conviene voltarti, devo farlo dissanguare.”
Alex rimase intento a guardare i suoi movimenti, come rapito da tutto quello che faceva.
Peter afferrò la testa dell’animale e incise in modo profondo la gola. Pochi istanti dopo iniziò a fuoriuscire dalla ferita, lento e inesorabile, il sangue fumante del capriolo.
Tornarono al parcheggio e caricarono l’animale sul pick-up di Peter.
“Allora Alex – gli chiese uno dei cacciatori – come ti è sembrata la giornata? Ti unirai a noi anche settimana prossima?”
“È stata incredibile, – rispose - molto più di quanto potessi immaginare! Se per voi non è un problema mi unirei a voi volentieri. Stesso posto, stessa ora?”
I cacciatori confermarono, si salutarono con energiche strette di mano e sorrisi complici, dandosi appuntamento alla settimana dopo.
Qualche ora più tardi, sotto la doccia bollente, ripensò a tutto quel week end, come si ripensa alle vacanze estive appena trascorse. Il profumo della terra, il freddo tagliente dell’aria notturna, il calore dei raggi solari, l’odore di legna bruciata, il cielo stellato, gli occhi esamini del capriolo, il sangue, di quel colore rosso cupo, che colava lento dalla gola, per poi gocciolare a terra. Si guardò nello specchio appannato dal vapore, la sua figura era annebbiata, indefinita. Per la prima volta sentiva che il suo riflesso lo rappresentava perfettamente. Era nebbia, e la cosa gli piaceva molto.
A lavoro continuava a completare tutti i suoi impegni con puntualità e precisione, la sera si allenava e faceva ricerche, la sua routine era sempre la stessa, ma lo spirito era completamente diverso. Adesso si sentiva di non subirla passivamente come in passato, se ne sentiva padrone. Il lavoro era il passatempo per prepararsi tra una battuta di caccia e l’altra.
Si era integrato molto bene con i cacciatori, gli avevano chiesto di entrare nel loro gruppo WhatsApp, si sentivano regolarmente, si aggiornavano, decidevano quale zona avrebbero pattugliato il week end successivo. Durante la settimana facevano i lavori più disparati, Peter era un meccanico, uno era un postino, un paio erano impiegati come lui e uno aveva un negozio di ferramenta. Non avevano nulla in comune e durante la settimana non si incontravano mai, ma nel week end, indossate le giacche in camouflage, tutto cambiava, lasciavano alle loro spalle tutti i problemi, i pensieri, le preoccupazioni e si dedicavano solo alla caccia, corpo e anima. Era, per tutti, una vera e propria evasione. Quelle poche ore bastavano.
Passò quasi un mese dalla prima volta che era andato con loro. Quel giorno non avevano beccato niente e avevano deciso di rientrare, quando uno dei cacciatori gli disse: “Ehi, già che sei qui non ti andrebbe di provare a sparare un paio di colpi?”
Sorrise come mai aveva fatto prima. Non aveva mai osato chiederlo, ma era dalla prima volta che avrebbe desiderato provare quell’emozione.
“Certamente, te ne sarei grato!”
Tornarono indietro qualche passo, il cacciatore gli fece vedere la posizione da tenere, come appoggiare il fucile alla spalla, come mirare, come respirare prima di sparare.
Poi gli diede il fucile scarico.
Pesava parecchio, non se lo aspettava, pensava pesasse molto meno, questa cosa lo sorprese.
Lo impugnò come gli era stato fatto vedere, appoggiandolo alla spalla. Ne sentiva l’odore di lucido e di metallo. La canna era fredda, quasi gelida, ma si scaldò immediatamente nella zona dove la stava impugnando.
“Ok, ora punta qualcosa, ad esempio quel grosso nodo di quel pino. Ricorda la respirazione, e quando sei pronto spara.”
Aspettò qualche istante. Mirò. Fermò il respiro, come gli era stato detto. Schiacciò il grilletto. Tic.
Era eccitatissimo.
“Adesso proviamo con una cartuccia. Abbassa il fucile.”
Il cacciatore caricò il fucile, glielo passò e si mise mezzo metro alle sue spalle.
“Allora, qual è il tuo bersaglio?”
“Il nodo del pino.”
“Ok. Mettiti bene in posizione, ricordati di tenere le gambe stabili e tieni la spalla in tensione, il contraccolpo sarà violento.”
Seguì tutti i consigli dati dal compagno, mentre gli altri lo osservavano a breve distanza. Il bersaglio era a circa venti metri da lui. Era pronto. Il cuore batteva all’impazzata facendogli vibrare tutto il torace.
Un leggero raggio di Sole si allungò proprio sul suo bersaglio.
Trattenne il respiro e boom.
Il contraccolpo alla spalla fu deciso e inaspettato, la polvere da sparo leggera lo avvolgeva.
Una nuvola di frammenti di legno si librava qualche metro più in là. Aveva mancato il bersaglio e aveva colpito l’albero dietro. L’orecchio destro gli fischiava leggermente dopo aver esploso il colpo.
Il cacciatore si abbassò, raccolse il bossolo saltato fuori dal fucile e lo diede ad Alex.
“Tieni, come ricordo del tuo primo colpo. Per la mira non ti preoccupare, avrai tempo per migliorarti.”
Alex si voltò, ancora una volta sorridente, solo allora abbassò il fucile.
“Grazie mille, è stata un’esperienza incredibile!”
Ripensò a quegli istanti per tutta la notte, e non riuscì a dormire dall’agitazione, osservando il bossolo rosso e dorato appoggiato sul comodino accanto al letto.
Qualche giorno dopo arrivò un messaggio rivolto a lui dal gruppo: “@Alex -Visto che questo fine settimana piove, se ti va, potresti venire al poligono con me. Se ti interessa ti posso portare uno dei miei fucili.”
Alex era a lavoro quando lesse il messaggio. Rispose senza pensarci su un secondo in più: “Ti ringrazio, mi farebbe davvero molto piacere.”
Come previsto, sabato mattina il cielo era cupo, carico di nuvole dense e minacciose. In lontananza si vedevano dei lampi che non preannunciavano nulla di buono. L’aria era fredda, ma non come quella respirata di notte in montagna, era più densa, meno pungente, ma decisamente più carica di umidità.
Andò al poligono con gli stessi abiti che usava abitualmente per le escursioni in montagna, mentre vide che il suo compagno era con una normale tuta e scarpe da ginnastica.
Dopo i convenevoli di rito, entrarono nella struttura, dove vide che il suo amico era molto conosciuto, scambiava saluti e sguardi amichevoli con quasi tutti i presenti.
“Conosci praticamente tutti qui, vieni spesso?”
“Si, moltissimo, quasi una volta a settimana, poi, ovviamente, dipende dagli impegni.”
Si andarono a posizionare nella piazzola a loro designata. Gli fece un piccolo ripasso teorico di quanto gli era già stato detto nel bosco e gli diede il fucile.
“Questo è più leggero di quello che hai usato, e meno potente, ma per oggi andrà benissimo.”
Gli fece vedere come aprirlo per capitare la cartuccia e continuò: “Mettiti le cuffie per le orecchie, il tuo bersaglio è a venti metri, non avere fretta di sparare, cerca la posizione comoda, il respiro giusto, la mira corretta e spara solo quando sei certo. Hai tutto il tempo che vuoi.”
Prese le cuffie e le indossò, poi prese il fucile e lo caricò. Aveva ragione, lo sentì da subito più leggero e maneggevole, gli piacque molto di più.
Si mise in posizione, divaricando leggermente le gambe e indietreggiando la gamba destra.
Sollevò l’arma, l’appoggiò alla spalla e inclinò la testa per poter mirare il bersaglio, un foglio bianco con dei cerchi concentrici, attaccato ad una lastra di metallo.
Era concentratissimo, non si accorse che l’amico aveva osservato tutte le sue mosse e lo stava guardando, aspettando lo sparo.
Aspettò ancora. Il cuore batteva troppo velocemente, doveva calmarsi per avere un colpo pulito. Fece un respiro profondo. Era pronto. Puntò. Mirò. Trattenne il fiato. Boom. Sden, riecheggiò nell’area quasi contemporaneamente. Aveva centrato la lastra di metallo, colpendo il bersaglio nella parte alta, decentrato sulla sinistra.
Tornò a respirare.
“Ottimo colpo! – esultò il compagno – davvero ben fatto. Continua così!”
Si voltò entusiasta: “Grazie mille!! Woow! Hai visto?! Colpito al primo tentativo. I tuoi consigli sono stati utilissimi.”
Continuarono a sparare per alcune ore, fino a ora di pranzo.
Quando lasciarono il poligono l’amico gli disse: “Se la caccia ti appassiona veramente, qui al poligono puoi fare il porto d’armi, potresti averlo in un paio di settimane. E se vuoi conosco un paio di negozi che vendono anche fucili usati ma verificati e ricondizionati da loro. Per iniziare secondo me potrebbe essere un’idea.”
“Certo che sì! Sai che ti dico? Rientro subito e mi informo per il porto d’armi.”
Quasi mezz’ora dopo aveva compilato e firmato tutti i moduli necessari e fissato la visita medica, uscì dalla struttura e trovò ad attenderlo una pioggia torrenziale, fitta, le gocce grosse e pesanti venivano scagliate dal cielo plumbeo senza ritegno.
Guardò quel cielo qualche istante e corse alla macchina senza coprirsi con il cappuccio. Voleva sentire quella gelida acqua che lo bagnava, colpendolo con costanza.
La pioggia durò qualche giorno, rendendo tutto monocromatico, triste, malinconico. Dalla finestra del suo ufficio non riusciva più a vedere le montagne, avvolte nella spessa coltre di nuvole e nebbia.
Mandò un messaggio all’uomo che lo aveva accompagnato al poligono: “Ciao, se sabato sei libero mi daresti una mano per la scelta del fucile? Le pratiche per il porto d’armi sono già state avviate.”
Pochi secondi dopo il telefono in modalità silenziosa si illuminò. Era il messaggio di risposta: “Certamente! Troviamoci al poligono sabato alle 10.”
Ormai la sua testa era completamente occupata da quella sua seconda vita, così ogni momento libero lo sfruttava per leggere recensioni e vedere video su come scegliere un buon fucile, sulle caratteristiche più adatte in base all’utilizzo e le differenze.
Gli si aprì un mondo nuovo, c’erano così tante cose da imparare. C’era solo una costante, tutti i blog e le recensioni terminavano con “Fatevi consigliare dagli addetti alle vendite, non fate di testa vostra, sapranno indirizzarvi sull’arma più adatta a voi.”
Decise di fare così. Capiva che la leggera infarinatura che si era fatto in quei giorni sull’argomento non sarebbe stata sufficiente. Aveva un’idea di cosa voleva, ma avrebbe seguito i consigli che gli sarebbero stati indicati.
Giunse sabato e quando arrivò al parcheggio del poligono vide che il suo amico era già lì.
“Vieni, andiamo con il mio pick-up.” gli disse. E partirono.
Si era portato una cartelletta trasparente con dei fogli dove aveva stampato i vari modelli che potevano interessargli con i pro e contro che aveva trovato.
“Allora? Ti sei fatto un’idea di cosa stai cercando?” gli chiese l’uomo.
“Si, più o meno sì. Ho stampato qualche modello, per far capire meglio le caratteristiche che cerco, poi mi farò consigliare da voi. Onestamente mi sono trovato meglio con il tuo fucile rispetto a quello di Peter, e vorrei partire da questo presupposto.”
“Ottimo, hai le idee abbastanza chiare, allora. Come primo posto ti porto proprio dove io comprai quel fucile, ormai dieci anni fa. Lo comprai nuovo, fu un regalo di mia moglie per Natale, ma il fucile precedente lo presi usato, sempre in questo negozio. Mi trovo bene perché non ti assillano per vendere a tutti i costi, se non hanno quello che cerchi, te lo dicono chiaramente.”
Dopo circa quaranta minuti arrivarono in mezzo a una zona industriale piena di fabbriche e di depositi, davanti ad un piccolo capannone grigio con una grossa insegna illuminata, la scritta in stile far west recitava “The Gunners”.
Entrarono e l’amico gli fece subito strada fino al reparto “Fucili da caccia”.
C’era un ragazzo in divisa, pantaloni blu e polo rossa, che stava sistemando delle scatole, quando li vide, sorrise.
“Se avete bisogno, chiedete pure.”
Fecero un breve giro per gli scaffali. I fucili erano chiusi dietro a teche di spesso vetro, non apribili da quella parte del locale. Sotto ogni arma c’era il modello, le caratteristiche e il numero di riferimento da indicare al bancone.
“Alex, andiamo a chiedere se hanno qualcosa di usato o preferisci prenderne uno nuovo?”
“Preferirei iniziare con uno usato, vediamo cos’hanno.”
Si avviarono al lungo bancone, dove un signore sulla cinquantina, con pochi capelli bianchi, piccoli occhiali da vista e polo rossa del locale, stava scrivendo al computer.
“Ciao Tony, come stai?”
L’uomo alzò lo sguardo, fece un grosso sorriso e gli tese la mano, alzandosi: “Oh ma guarda chi si rivede! Come stai? Tutto bene? Come mai da queste parti, devi prendere le cartucce?”
“Già che sono qui prenderò qualche scatola di scorta, ma in realtà ho accompagnato il mio amico Alex. Vorrebbe prendere il suo primo fucile da caccia e voleva vedere qualcosa di ricondizionato, per iniziare.”
“Piacere Alex, sono Tony, benvenuto nel mio negozio. Ho qualcosa di usato che potrebbe fare per te. Dimmi a cosa ti servirebbe il fucile e se avevi qualche idea in mente.”
“Bè, si, mi servirebbe per andare con i ragazzi a caccia di cinghiali e caprioli. Ho provato il suo fucile e mi sono trovato molto bene. Cercavo qualcosa di non troppo pesante e potente, non ho intenzione di abbattere cervi o orsi, per intenderci. Ho visto questi modelli su internet, per spiegare meglio a quale tipologia avvicinarmi.” E passò i fogli che aveva stampato a Tony.
“Ok, bene. I documenti sono tutti pronti?”
“Ho già avviato le pratiche e fatto le visite mediche, ho qui con me il certificato di invio in Questura. Sto aspettando il porto d’armi, che dovrebbe arrivare a giorni.”
Tony prese i documenti, li lesse e li riconsegnò ad Alex, poi si voltò e andò nel retro del locale.
Tornò con tre fodere color verde militare e le appoggiò delicatamente sul bancone in vetro, le mise una difronte all’altra e le aprì.
“Ecco, questi sono i modelli che secondo me fanno per te.”
Gliene passò uno alla volta, elencandogli le caratteristiche, gli interventi di ricondizionamento e i difetti.
Erano esattamente quello che aveva in mente, maneggevoli, abbastanza leggeri, non troppo lunghi.
Tony chiamò al microfono l’assistente.
“Sostituiscimi un attimo che faccio provare i fucili al signore. Venite con me, Alex.”
Uscirono e andarono nel retro dell’edificio, Tony caricò un fucile con un proiettile a salve e glielo passò.
“Le cartucce non esploderanno nessun colpo, ma ti daranno le stesse sensazioni di uno vero.”
Alex provò tutti i fucili.
“Guarda, hai capito esattamente cosa stavo cercando. Se tu dovessi scegliere uno di questi da regalare, quale prenderesti e perché?”
Tony abbassò lo sguardo sulle armi e prese il primo. “Io prenderei questo. È leggermente più pesante degli altri, di pochi etti, ma è anche quello che mi è sembrato più adatto a te, più comodo da impugnare.”
Adesso che glielo faceva notare aveva ragione, lo aveva sentito aderire bene all’incavo della spalla, meglio degli altri due, e non aveva notato la differenza di peso.
“Ok, mi hai convinto. Lo prendo.”
Tornarono in negozio e Tony si mise al pc.
Digitò qualcosa alla tastiera, poi cancellò, prese una calcolatrice, fece dei calcoli, tornò a digitare al computer e infine stampò dei fogli.
“Allora Alex, ovviamente il fucile non te lo posso vendere senza il porto d’armi, quindi ti ho preparato un preventivo preliminare con il quale terrò il fucile bloccato per venti giorni.
Il fucile, come hai visto, costa 700€, compreso di custodia e di mirino. Nel prezzo posso aggiungere anche due confezioni di cartucce. Appena avrai i documenti dammi un colpo di telefono, così ti faccio pulire e lucidare tutto prima di consegnartelo.”
Tony prese una linguetta di plastica e la avvolse intorno all’arma, scrivendoci sopra “Alex” e il numero del preventivo.
Si salutarono e uscirono dal negozio, era quasi mezzogiorno.
“Cavoli non so come ringraziarti, avevi ragione, mi sono trovato benissimo. Posso offrirti una birra?”
L’amico sorrise. “Sono contento, per la birra facciamo un’altra volta, non ti preoccupare. Visto che abbiamo finito presto avviso mia moglie che pranzo a casa.”
Ritornati al poligono, Alex salutò il compagno e tornò a casa.
Rilesse tutti i fogli, cercò le caratteristiche del fucile che aveva provato e si convinse sempre di più della scelta che aveva fatto.
Mercoledì, intorno alle 14, gli arrivò una mail dalla Questura, che allegava il porto d’armi per la caccia e lo sport.
Chiamò immediatamente il negozio e confermò che avrebbe ritirato il fucile quella sera stessa. Non poteva attende un giorno in più.
Stampò il certificato e inviò una foto sul gruppo dei cacciatori con gli smiles che fanno festa.
Si complimentarono tutti. Quel week end avrebbe fatto la sua prima, vera, battuta di caccia.  
Tornò a casa. Aprì la custodia e tirò fuori il fucile. Era stupendo. Completamente nero opaco, canna lunga, calcio sagomato per facilitare l’impugnatura, anch’esso nero come tutto il resto. Quando lo aveva ritirato aveva comprato anche il materiale per la pulizia, aprì le scatole e lesse tutte le indicazioni.
Riprese il fucile, lo portò alla spalla e mirò. Aveva un dolce odore di lucido per scarpe, delle note pungenti di alcol e un finale ferroso. Lo girava e rigirava tra le mani, sembrava nuovo, non riusciva a trovare difetti. Posizionò tutto nella custodia, che mise sotto il letto, e chiuse le cartucce color oro e amaranto nella cassaforte.
Sabato mattina arrivò al solito parcheggio del rifugio di montagna qualche minuto dopo. Alcuni suoi compagni erano già arrivati, altri arrivarono a breve distanza. Tutti gli chiesero di vedere il fucile e si complimentarono con lui per la scelta.
“Ho portato due casse di birra per questa sera, così facciamo un brindisi.” annunciò compiaciuto prima di avviarsi verso il bivacco.
La sera bevvero le birre portate da Alex e mangiarono le solite zuppe o cibi disidratati, parlarono molto, più del solito, ormai faceva parte del gruppo, non era un mero spettatore, era uno di loro a tutti gli effetti.
La mattina, o per meglio dire a tarda notte, dopo aver sbrigato le consuete operazioni per sistemare tutto e aver fatto colazione con il solito tè bollente, si inoltrarono nel bosco.
Peter si avvicinò ad Alex e disse: “Oggi, per iniziare, starai in mezzo, accanto a me. Il tuo angolo di tiro sarà di 30° massimo, ok? Se ci sono problemi io sarò a una quindicina di metri da te. Come ti senti?”
“Un po’ nervoso, ovviamente, però siete stati tutti molto chiari. Punto solo se vedo una figura ben definita davanti a me e valuto se sono a una distanza corretta per andare a segno. Sono prontissimo!” rispose Alex, sempre con un tono di voce molto basso, quasi sussurrato.
Camminarono molto, il Sole sorse, le spalle iniziavano ad irrigidirsi, non ancora abituate alla posizione e al peso dell’arma, ma non avvistarono nessuna preda. La prima battuta di caccia andò così.
Il week end dopo invece andò meglio.
Riuscì ad intravedere un cinghiale, stava per mirare quando un rumore lo fece scappare via. Rimase impressionato dalla rapidità e dalla destrezza dei movimenti dell’animale.
Quasi un’ora dopo Peter riuscì a far fuoco, centrando l’animale e uccidendolo sul colpo. Non pensava che un cinghiale potesse essere tanto grosso e agile allo stesso tempo. Si complimentarono tutti con Peter, era davvero un cacciatore formidabile.
Passarono quasi due mesi prima che Alex riuscì a colpire la sua prima bestia.
C’era una leggera scia di foschia, il Sole era sorto, ma era ancora basso. Nella penombra aveva avvistato una sagoma nera vicino a dei cespugli. Riconobbe le forme di un piccolo capriolo, puntò il fucile, si fermò, mirò, trattenne il respiro. Boom.
Accelerò il passo e lo trovò lì, davanti a lui, un giovane cerbiatto agonizzante. Mirò e fece fuoco la seconda volta.
“Preso!” urlò con un misto di emozione e di gioia.
Pochi secondi dopo furono tutti intorno a lui con grandi sorrisi e sinceri complimenti.
“Un esemplare bellissimo!”
“Va che bel cerbiatto”
“Davvero ben fatto, Alex.”
Infine, arrivò Peter, estrasse il lungo coltello da caccia e lo porse ad Alex.
“L’animale è tuo, è giusto che finisca tu.”
Alex deglutì, prese il pugnale e si inginocchiò accanto al corpo dell’animale esamine, tagliandogli la gola.
La pelle era molto più resistente di quello che si aspettasse e per questo dovette imprimere più forza sulla lama. Il sangue uscì lento, denso, caldo. Poteva sentirne l’odore.
Prima di rialzarsi, sempre fissando gli occhi vitrei del cerbiatto, lo accarezzò un istante e sussurrò: “Grazie amico mio. Non ti dimenticherò mai più.”
Lo caricarono e lo riportarono giù al parcheggio.
Non dormì per due notti. L’adrenalina fluiva nel suo corpo ininterrottamente. Era vigile, felice, ripercorreva ogni istante e ogni sua azione. Ma più di ogni altra cosa, aveva impresso nella memoria lo sguardo dell’animale, con il sangue che gli colava dalla gola.
Tutti i giorni di bel tempo non perdeva occasione per andare dal lupo dello zoo. Gli raccontava tutte le cose che succedevano in montagna, in mezzo ai boschi, descrivendogli le sensazioni che viveva, senza tralasciare alcun dettaglio, come se fosse un diario segreto. Voleva condividere con lui ogni istante. A volte sembrava quasi che il lupo lo ascoltasse veramente, quasi capendo le sue parole.
Era grato a quell’animale. Grazie a lui aveva iniziato a vedere il mondo in modo diverso, iniziava a vedere a colori un mondo che era sempre stato grigio ai suoi occhi. Adesso sentiva gli odori in modo più intenso, respirava gustandosi ogni boccata d’aria fresca e disgustando quelle cariche di smog, ascoltava i rumori assordanti e senza tregua della città per poi amare quelli soavi e impercettibili del bosco.
Passarono i mesi e divenne sempre più bravo.
La montagna e la caccia erano la sua dose di anfetamine, antidepressivi verso quel mondo che non sentiva più suo, fatto di gente che non si ascoltava a vicenda, di cemento, di grigiume, di inquinamento, di lavoro e nient’altro.
Durante la settimana gli altri suoi compagni decisero di saltare la battuta di caccia per quel week end, alcuni avevano altri impegni, alcuni erano influenzati, altri, semplicemente, non avevano molta voglia.
Si sentì affranto.
Altre volte avevano saltato la caccia per il clima non favorevole o per ritrovarsi a macellare e a spartire la carne, ma quella volta non c’era una motivazione reale.
Rimase apatico per alcuni giorni. Le ore passavano lente. Nessuno accanto a lui, in ufficio, poteva accorgersene, troppo intenti a guardare avidamente i loro monitor luminosi.
Andò in pausa pranzo dal lupo grigio, rimase in silenzio qualche minuto. Il lupo lo fissava dritto negli occhi, senza muoversi, poi si alzò, vi voltò e si allontanò.
Spalancò gli occhi.
“Ma certo, – pensò – il lupo! Posso andare a caccia da solo. Posso scegliere la zona, dove fermarmi a dormire e dove pattugliare. Sarà più complicato, ma non ho per forza bisogno di un branco.”
Il sorriso tornò ad illuminare il suo viso. Aveva deciso, sabato sarebbe andato in solitaria.
Trascorsero i giorni e l’idea lo emozionava sempre di più. Decise di non dire niente agli altri per paura che qualcuno si potesse aggiungere all’ultimo istante. Era deciso di fare questa cosa da solo, per la prima volta nella sua vita.
Arrivò finalmente il sabato e decise di cambiare zona dirigendosi dove aveva campeggiato la prima volta.
Si svegliò a notte fonda e si inoltrò nel bosco più profondo. Quella mattina l’aria era carica di umidità e un leggero strato di foschia avvolgeva la montagna, al di sopra degli alberi.
Camminò parecchio, facendo attenzione come sempre a non far rumore.
Il Sole non era ancora sorto del tutto, ma il cielo si era già schiarito notevolmente.
Raccolse una manciata di terra, la avvicinò al naso per estrarne l’essenza più intima. Adorava quell’odore.
Proseguì per un’altra ora, l’aria continuava ad essere carica di umidità, dagli alberi cadevano piccole gocce di condensa.
Sentì un piccolo rumore. Più in alto, sulla sua destra, sopra un pianetto, c’era un capriolo. Era bellissimo visto a favore di luce. Alzò il fucile. Sentì un altro rumore. Alla sua sinistra, a circa trenta metri, c’era un altro cacciatore che stava mirando il capriolo da posizione ben più complicata.
Tornò a mirare l’animale, poi si girò a guardare cosa stesse facendo il cacciatore. Gli stava venendo incontro per trovare una posizione di tiro favorevole.
Non si era accorto della sua presenza.
Mirò come aveva fatto molte altre volte. Puntò. Inspirò lentamente e trattenne il respiro. Era in posizione perfetta. Mise il dito sul grilletto. Boom.
Il frastuonò del colpo rimbombò tra le montagne.
Il capriolo di colpo drizzò la testa e corse via, dileguandosi in pochi attimi tra gli arbusti.
Alex abbassò il fucile e fece qualche passo.
Davanti a lui il corpo del cacciatore sdraiato per terra, si muoveva appena.
L’uomo non riusciva quasi a parlare, dall’angolo della bocca gli usciva una leggera lacrima di sangue, gli occhi erano sgranati e terrorizzati.
Il colpo lo aveva centrato in pieno petto.
Alex fissò il suo sguardo pieno di terrore, estrasse il coltello e si abbassò accanto a lui, accarezzandogli la fronte, per tenerlo fermo.
“Scusami amico mio, ma devo farlo.”
Appoggiò la fredda lama del coltello sulla gola liscia e morbida della sua preda. Sembrava scorrere come nel burro.
Il sangue uscì copioso, e tinse la pelle di un rosso rubino. Gli occhi dell’uomo si spalancarono del tutto, rantolò e gemette per qualche istante. Poi si placò, con gli occhi esamini fissi a guardare quelli di Alex, che in
spirò a pieni polmoni l’odore del sangue che sovrastava quello della terra e dei pini intorno a lui.
Lasciò lì la sua preda e tornò alla sua auto, mentre in lontananaza echeggiavano urla e pianti strazianti di altri cacciatori.
Andò direttamente allo zoo, senza passare da casa.
Arrivò alla gabbia del lupo, lo guardò con lo sguardo fiero e luminoso, si sedette difronte a lui e rimase in silenzio.
Quella notte, dopo essersi fatto la doccia ed aver pulito tutta la sua attrezzatura, appoggiò sul comodino il terzo bossolo della sua collezione, accanto a quello del primo sparo e del primo animale ucciso.
Si addormentò come non gli era capitato da un sacco di tempo, in modo profondo e sereno, sognando le montagne e i suoi boschi, con un unico pensiero in testa:
“Un lupo, ecco cosa sono. Questa è la mia natura.”
 
 
Fine.

Commenti

  1. Scrittura scorrevole e accattivante, che crea curiosità e spinge ad arrivare al clou della storia... il finale sorprendente.

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  2. Il noir che non ti aspetti! Ti porta in diverse direzioni, pensi di aver capito tutto ed invece...Bravo!

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